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ZELIG

(USA 1983)
di W. Allen con W. Allen M. Farrow


leonard zelig ovvero il simbolo del '900. non solo l'ironica convinzione di allen di collocarlo (confinarlo) tra gli anni '20 e gli anni '40, bensì un'idea molto più forte e strutturata del film stesso: le caratteristiche del personaggio sono l'estremizzazione di una tendenza che nel secolo scorso e ancora oggi è dilagante.
l'annullamento involontario del sé per renderlo conforme alle aspettative di chi è intorno a noi, di chi a noi si relaziona. leonard zelig nell'eccezionalità del suo personaggio prende anche la forma fisica, l'atteggiamento e superficialmente la conoscenza di chi ha di fronte, diventando così un caso eccezionale nell'america degli anni del proibizionismo e del jazz.
zelig si piega sin da piccolo al conformismo (non avendo letto moby dick, mente spudoratamente per non essere a disagio) e ad una situazione troppo disastrata per essere vera (ultimo terminale di una catena di vessazioni): il suo fisico subisce così alterazioni e mutamenti in conseguenza del suo bisogno di essere amato, indipendenti dalla sua coscienza.
un personaggio che riesce a trovare un equilibrio solo grazie all'amore della dottoressa che lo cura (ovviamente mia farrow), risultando comunque dolce e instabile all'estremo, tanto da sposare migliaia di ragazze spacciandosi inconsciamente e di volta in volta per un soggetto diverso oppure rifugiandosi nell'entourage nazista per cancellare la propria personalità (effettivamente quale posto migliore per perseguire questo scopo?).
per alimentare una storia basata su un'unica geniale intuizione e su una eccellente ricostruzione tecnica delle immagini d'epoca allen inventa ascesa, crollo e risalita del mito di zelig in america, mettendo per l'ennesima occasione il dito nella piaga nel comportamento di massa statunitense, enfatizzato dai richiami al passato.
woody allen trova così un giusto sfogo alle sue passioni e paranoie, a ciò che film dopo film ha caratterizzato i suoi differenti alter ego: il jazz, la psicanalisi, l'antisemitismo, la fama.
presentando zelig in forma documentaristica (a cui partecipano per dare credito alla finta realtà alcuni dei maggiori intellettuali contemporanei come susan sontag o saul bellow) e rallentando i tempi comici per dare più organicità all'opera in forma reportage, allen realizza un ibrido rappresentativo che mantiene molto poco in comune con la grammatica e l'estetica cinematografica che conosciamo.
crea quasi un non film in cui le inquadrature originali sono molto poche e quasi tutte statiche, con l'azione confinata a lato schermo nell'intento di mostrare sia la naturalezza sia l'imprevedibilità delle situazioni mostrate (chiari esempi sono le sedute psichiatriche in ipnosi, l'avventura nazionalsocialista tedesca e il ritorno americano).
nonostante non sia l'esempio più lampante della comicità di woody allen, zelig è un esperimento eccezionale (a cui devono a mio parere la loro fortuna numerosi altri film, uno per tutti forrest gump di zemeckis) soprattutto a livello comunicativo fondato su intelligenza e autoironia non comuni, in grado di estremizzare il sé e renderlo perciò universale.

Bowman