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ZATOICHI

(Jap 2003)
di T. Kitano con T. Kitano


Kitano prosegue nella lunga strada di decodifica del Giappone contemporaneo, riscoprendo e reinterpretando le origini della tradizione nipponica. Dopo il forse troppo pretenzioso Dolls, Beat Takeshi mischia le carte e unisce alla ricostruzione in costume il suo corrosivo umorismo e la violenza in stile yakuza, arrivando a far sembrare il Giappone del passato molto simile a quello odierno.
Kitano interpreta il personaggio di Zatoichi, un massaggiatore biondo e cieco (davvero?), dotato di una straordinaria abilità con la spada, che porta nascosta nel suo bastone: sempre sopra le righe e con pochissime battute il regista conferma il suo talento narrativo in un'icona che sintetizza lo spirito di Boiling point, Hana Bi, Brother.
Il racconto si sviluppa intrecciandosi con due storie parallele a quella del protagonista: in questo sembra trarre spunto dalla costruzione ad incastro dei polizieschi occidentali anni '40 e '50, basati ad esempio sui racconti di Hammett, in cui il capo dei malvagi è introvabile e inconoscibile (come nel capolavoro Il diabolico dottor Mabuse di Fritz Lang).
La violenza, come elemento classico delle composizioni di Kitano, compare leggiadra nei movimenti di spada del protagonista e del Ronin che lo combatte, annegata negli innumerevoli schizzi di sangue che invadono lo schermo.
Scontri brevissimi in cui l'abilità del massaggiatore emerge immediatamente e mai sembra essere posta in discussione, nemmeno nell'allusivo e improbabile flash forward del combattimento finale.
La capacità di Kitano di accoppiare stragi e comicità raggiunge probabilmente la sublimazione in questa opera in costume, dove tutto è concesso in omaggio al mito, comprese le figure di alleggerimento come il ritardato mentale che corre urlando e credendo di essere un samurai, attorno alla casa dove risiede il protagonista: assoluta semplicità ed esplorazione di un lato comico dimenticato o travisato da buona parte del cinema contemporaneo.
In Zatoichi i movimenti di macchina sono misurati e rigorosi, si sposano perfettamente con la ricostruzione archittetonica e la geometria semplice degli interni, servono la narrazione sino all'esplosione finale, preannunciata più volte dall'uso coreografico del sonoro.
Kitano divide da anni le platee: c'è chi vede in lui un grande talento e chi invece lo considera nulla più che un burlone capace di affabulare la critica. Purtroppo ogni suo film incontra commenti che si basano molto spesso su preconcetti nei confronti dell'autore: i suoi sostenitori accettano qualsiasi cosa, i detrattori non tollerano la più piccola stranezza.
In Zatoichi si abbandona ad un finale rivoluzionario, convincente sia dal punto di vista estetico sia da quello concettuale: l'ormai famoso tip tap liberatorio in cui si esibisce tutto il cast celebra l'attesa e insperata vittoria del bene sul male nel piccolo villaggio e non solo. L'ennesimo antieroe interpretato da Takeshi è ancora più ironico dei precedenti, esibendo il suo handicap mentre gli altri nascondono i propri e servendosi della propria aura sensitiva per vivere e combattere: la sua assenza alla festa finale è emblematica del suo status e della sua condizione.
Il cinema di Kitano attualizza i problemi e i mali del paese del sol levante, trasportandoli da un'epoca in cui nessuno sembrava essere in grado di esercitare l'autorità se non i clan criminali in quella contemporanea, dove l'influenza della yakuza e le continue guerre di potere tra clan stritolano la vita della gente comune. Un paesaggio che abbiamo appunto iniziato a conoscere proprio attraverso la cinematografia del regista giapponese, da sempre attratto dai riflessi sociali e comportamentali della mafia sulla realtà quotidiana.
Kitano sembra sorridere di più ad ogni nuovo film che dirige e interpreta e al contempo la sua vena ironica e surreale s'irrobustisce: con Zatoichi riesce a divertire per quasi due ore, anche quando il film sembra perdersi in impossibili intrecci narrativi costruiti ad arte per disorientare lo spettatore.

Bowman