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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
TRAINSPOTTING
(UK 1996)
di D. Boyle con E. Mcgregor
trainspotting è un film difficile
da commentare perché sin dalla sua uscita ha provocato un'immensa
ondata di pareri che ne hanno sviscerato diversi aspetti (soprattutto
quello dell'impatto sociale) sino a tramutarlo in un fatto di costume,
un riferimento per gli anni novanta. le basi da cui nasce l'opera
di danny boyle sono molteplici, senza dubbio da un libro eccellente
come quello scritto da irvine welsh e da una indovinata trasposizione
degli stati allucinatori dell'eroina.
mark renton (ewan mcgregor) è un novello alex, più
interessato all'uso di stupefacenti che non alla somministrazione
dell'ultra violenza: ciò che in arancia meccanica faceva
da contorno alle imprese dei drughi diventa ora il centro del soggetto,
basato sull'amicizia (o presunta tale) che lega sick boy, spud,
begbie e appunto mark.
le caratterizzazioni dei singoli personaggi sono esemplari: boyle
accenna quanto basta per definire i personaggi attraverso particolari
surreali e grotteschi a tratti tragicomici (soprattutto nei riguardi
di spud).
trainspotting è un viaggio disperato nella dipendenza da
eroina, ma non è l'eroina il motivo del film: la sconfitta
morale e sociale dei protagonisti e la loro totale assenza di volontà
nel combattere è emblematica. sebbene mark acquisti con il
procedere del film una consapevolezza di sé superiore a quella
dei suoi compagni, non riesce a svilupparla se non approfittandosi
degli altri: sia a livello lavorativo dopo il suo trasferimento
a londra, sia nei confronti dei suoi compagni d'avventura.
questa sensazione di perenne sconfitta è i leit motiv dell'intero
film , non vi sono vie d'uscita anche perché nessuno le cerca
davvero con convinzione: la drammaticità degli eventi è
messa in risalto con l'aria scanzonata e provocatrice che accompagna
i protagonisti, tanto che boyle gioca continuamente con gli estremi,
con i rapporti tra l'annullamento provocato dalla droga e la realtà
sempre più dura.
basandosi su dei soggetti perdenti, il regista cerca di mostrare
come la fuga artificiale sia l'unica risposta che possono formulare:
la loro evoluzione delinea ben poche possibilità (sick boy
diventa spacciatore e pappone, spud non ha alcuna idea di cosa fare,
begbie è l'unico che non si buca ma è il personaggio
più schizzato e psicopatico, mark sceglie di tradire gli
amici perché non vede possibilità in loro e con loro).
i rapporti con arancia meccanica sono netti, boyle non poteva tralasciarli
e così utilizza evidenti citazioni: la discoteca riprende
i particolari grafici del korova milk bar e il movimento di macchina
è dichiaratamente inverso rispetto a quello di kubrick (la
camera stringe invece di allargare), mark è il protagonista
narrante e la sua malvagia confessione finale è un'ammissione
di parentela con il personaggio creato da burgess.
mancano invece riferimenti estetici paragonabili: boyle intelligentemente
rappresenta trainspotting con un rude realismo (contrapposizione
perfetta per mostrare determinati stati allucinatori) scegliendo
questa via estetica che pare effettivamente l'unica possibile per
evitare scomodi paragoni e creare qualcosa di originale.
non è comunque un esasperato realismo a condurre esteticamente
film: sono piuttosto i lampi artificiali, i particolari grotteschi
e al contempo strategici a definire l'entità della disillusione
dei protagonisti.
la colonna sonora è semplicemente eccezionale, tanto da costituire
un evento anche indipendentemente dal film: l'unione di pezzi rock
(anti) classici con veri e propri capolavori elettronici realizzati
appositamente per il film, costituiscono il perfetto commento sonoro
per un racconto tagliente e apparentemente senza morale.
la scelta di vita pronosticata da mark all'inizio e al termine del
film è l'elemento che più ci fa prendere contatto
con l'attualità della tematica rispetto alla contemporaneità,
alla fine dei sogni e delle vie di fuga, nei confronti di parte
di una generazione che non ha potuto e spesso voluto prendere alcun
tipo di decisione rispetto alla propria realtà.
Bowman
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