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TOBY DAMMITT episodio da TRE
PASSI NEL DELIRIO
(Ita 1968)
di F. Fellini
Fellini prosegue il suo viaggio nell'esoterismo
iniziato con Giulietta degli spiriti, anche se segnato per la prima
volta in maniera cupa dalla malattia appena superata: in questo
caso libero dalla struttura di un intero film, si permette di affrontare
con il consueto gusto per l'inaspettato e il grottesco il tema del
diavolo e della morte, ispirandosi e definendo poi autonomamente
il racconto di Edgar Allan Poe "Non giocarti la testa con il
diavolo".
Toby Dammitt, interpretato da un Terence Stamp sulfureo e dissennato,
è un famoso attore inglese chiamato in Italia per girare
il primo western cattolico della storia del cinema, una parabola
sulla terra di frontiera e sul valore della resurrezione.
L''atmosfera è costantemente luciferina, le volute di fumo
riempiono gli spazi dove si muove il protagonista e il colore è
snaturato, rosso e giallo. Questo coincide con lo stato di perenne
ubriachezza dell'attore (che sembra sotto l'effetto di Lsd sin da
suo arrivo), sempre più insofferente alle situazioni che
lo circondano.
Una visione deviata ed allucinata, in cui la realtà non è
meno terrificante di quello che dovrebbe essere partorito dalla
mente del protagonista: anzi le apparizioni sembrano promettere
la tanto agognata pace interiore.
L 'arrivo all'aeroporto si trasforma in
un accenno di rissa con i paparazzi mentre la successiva visita
a Roma, fa apparire la città come una grande bolgia di automobili
ed anime perdute (hippies lennoniani, macellai, zingare...).
Toby pare inseguito da un incubo: ad una trasmissione televisiva
sotto il fuoco di fila delle domande compiaciute dei giornalisti,
ricorda un'allucinazione avuta al suo arrivo.
Ha scoperto la natura del diavolo, a
cui dichiara di credere, in una ragazza vestita bianco, eterea e
diabolica, che giocava con una palla bianca.
La visione si ripete ai premi per le pellicole
italiane dove è ospite, con mezze figure e macchiette che
rendono la situazione paradossale, ambientata in un luogo all'aperto,
comunque infestato dalla nebbia (una palude in attesa di bonifica?).
Fellini mette alla berlina l'apparenza e il provincialismo del cinema
italiano, la tendenza a trasformare qualsiasi cosa in un'occasione
promozionale corredata da avvenenti star nascenti e celebrati attori
di commedie senza arte nè parte.
Toby perde del tutto la poca ragione rimastagli e dopo aver arringato
ed insultato la folla degli astanti, vittime e carnefici, fugge
a tutta velocità sulla Ferrari che aveva concordato come
compenso.
Non riesce a trovare alcuna via di ritorno per Roma, vaga in un
ideale labirinto stradale infestato di manichini di cuochi e camerieri
all'esterno di ogni locale, solo la velocità estrema sembra
calmarlo.
Sino a quando giunto casualmente su un ponte interrotto per lavori,
scopre dal'altro lato la giovane dalla pelle candida che lo "perseguita":
l'attore ha un ultimo attimo di lucidità e comprende quale
debba essere il suo destino.
Salito sull'auto si decide a saltare il ponte per raggiungere la
sua visione: ci riesce, ma un filo metallico lo decapita regalando
al diavolo una nuova testa con cui giocare.
Fellini ci risveglia sull'orlo del baratro, l'incarnazione del maligno
con un sorriso terribilmente attraente e la restante parte dell'autostrada
tramutata in una realtà infernale: episodio straordinario
sotto tutti i punti di vista, dall'uso del colore ai consuenti geniali
movimenti di macchina e alle composizioni sceniche, che conferma
come il regista italiano attraversasse un vero e proprio momento
di grazia.
ALTRI DUE PASSI NEL DELIRIO...
I due racconti che completano con Toby Dammitt la trilogia, tratta
da Edgar Allan Poe, di Tre passi nel delirio sono Metzengerstein,
diretto da Roger Vadim ed interpretato da Jane e Peter Fonda, e
William Wilson, di Louis Malle con Alain Delon e Brigitte Bardot.
Entrambi gli episodi si discostano ben poco dal racconto originale
e trovano le proprie ragioni d'interesse più negli interpreti
che non nella realizzazione cinematografica della trasposizione.
Roger Vadim crea un illusorio canovaccio soft erotico (con splendidi
costumi) per la sadica e depravata contessa Federica (Jane Fonda)
impegnata a conquistare il cugino Guglielmo (Peter Fonda), che apparentemente
la rifiuta.
L'umiliazione subita la porta a bruciare le stalle degli amati cavalli
della sua "preda", che però perisce tra le fiamme:
ora dagli incubi della castellana s'incarna un cavallo nero, con
gli occhi infuocati.
Federica s'innamora dell'animale, in cui rivede il cugino, ma tutto
questo la porterà alla definitiva pazzia e al suicidio volontario
in un rogo per raggiungere l'anima di Guglielmo.
Vadim esagera in lentezza per restituire l'atmosfera descritta da
Poe, ma in questo modo annulla completamente il pathos e il coinvolgimento,
rendendo Metzengerstein freddo ed accademico, senza spunti degni
di nota.
Più interessante, ma in ogni caso abbastanza "bloccato"
e a tratti superficiale, William Wilson, in cui Louis Malle si misura
con la teoria del doppio e del rapporto tra malvagità e coscienza.
Alain Delon ne è il protagonista, un giovane ufficiale diabolico
che sin dall'infanzia è stato ossessionato da un suo omonimo,
in grado di spezzare o interrompere ogni malefatta del nostro.
Sconvolto dall'ennesima apparizione Wilson si confessa con un prete,
che ovviamente non crede nemmeno ad una parola:il militare ha appena
ucciso il suo doppio con un pugnale, ed ora è teme la fine
dovuta all'impossibilità di esistere senza l'altro.
Malle esalta il suo talento quando si diverte a spogliare ed umiliare
Brigitte Bardot, corvina e di una bellezza ultraterrena, ed a ingannare
lo spettatore con la prima (ottima) sequenza in cui Wilson corre
sconvolto per la città ed ha una premonizione della sua fine.
Per il resto normale amministrazione sino all'epilogo, in cui Alain
Delon decide di suicidarsi in preda al delirio, saltando dal campanile
della chiesa dove aveva provato, inascoltato, a redimersi.
Caduto a terra e morto sul colpo, si ritrova accoltellato nello
stesso punto in cui aveva ucciso il suo omonimo, all'addome e per
mezzo del medesimo pugnale...
Bowman
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