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THE TRIP
(USA 1967)
di R. Corman con P. Fonda D. Hopper

Era il 1967 e tra i suoi attori c’erano Peter Fonda e Dennis Hopper. Poi venne quell’altro giovane fuori di testa che esordì sul grande schermo proprio con lui ne La piccola bottega degli orrori con l'idea di una sceneggiatura perfetta per l’ennesimo b-movie.
Pare che Roger Corman non ci pensasse molto prima di girare un film. Anzi a volte regalava pure pellicola a giovani aspiranti registi perché facessero palestra con scene di raccordo e quant’altro.
Fu così che entrò in contatto con Hopper, Nicholson e gli altri, Francis Ford Coppola compreso.
Peter Fonda non aveva bisogno di presentazione con cotanto padre e un numero sempre crescente di cover di magazine scandalistici e alla moda. Nonostante il flop congiunto di The Wild Angels (1966), Corman puntò nuovamente sull’astro nascente della Hollywood alternativa per una produzione dichiaratamente ammiccante al dilagare delle droghe lisergiche.
The Trip (tradotto nel nostro paese con un fantasioso Il serpente di fuoco) è un esperimento tipico nel cinema del regista americano, un lungometraggio incentrato su un’unica idea fondante che animi in un modo o nell’altro l’intero svolgersi degli eventi.
In questo caso Paul Groves (Fonda), un giovane regista pubblicitario, viene portato dall’amico e produttore John in una delle tante case dei sogni colorati sparse in California a metà anni ’60 per un Acid Test: i due incontreranno giovani hippy strafatte e un pusher che fa del relax la sua filosofia di vita (Hopper).
Paul prova l’LSD per la prima volta nell'attico con piscina dell’abitazione dello spacciatore e lì s’abbandona alle forme e ai colori che la mente in preda all’acido gli suggerisce.
Corman ovvia al problema della rappresentazione delle allucinazioni con una lunga sequenza di effetti luminosi intervallata da frammentazioni dello schermo caleidoscopiche. Questo ponte visivo gli permette di proseguire il racconto in altre due vesti: la prima medievaleggiante e inquieta (le visioni di una splendida ragazza bionda già corteggiata nella realtà s’alternano a quelle di cavalieri incappucciati sempre pronti alla caccia all’uomo), la seconda, più breve, ottocentesca e funebre (il giovane regista s’immagina impiccato al termine di un vagabondaggio nella nebbia di un castello).
L’alternarsi dei piani narrativi e l’alta velocità del montaggio trasportano volutamente The Trip in una dimensione lontana dell’ordinarietà: la sceneggiatura è ridotta all’osso e le intuizioni di Jack Nicholson funzionano alla perfezione quando contaminano realtà e viaggio allucinogeno (l’invasione nella villa dei vicini o il dialogo surreale alle lavatrici a gettone vengono entrambe filmate come se Fonda fosse un extraterrestre alla scoperta di un nuovo mondo). Più incerto appare invece il tentativo d’inventare semplicistici tribunali psichedelici che conducano a chissà quali verità interiori: l’interrogatorio condotto da un Hopper in veste di giudice e la sequenza di frame pop a tema politico/sociale dovrebbero essere la parte più cosciente del film, ma vengono entrambe svilite da un’ambientazione degna di uno studio televisivo male attrezzato.
Allo stesso modo i dialoghi sono puri accessori e Corman può divertirsi nell’alternare scene di sesso vestite di sole proiezioni luminose a giochi di luce e piccole deviazioni horror: l’entrata casuale in un armadio diventa il pretesto per accecare con una raffica di luci shock Fonda, elettrizzato e allo stesso tempo sull’orlo di una crisi di nervi dopo un pomeriggio da merry prankster pieno di sorprese.
Non riuscendo più a calmarsi Paul immagina l’amico-sciamano morto e fugge per strada. Le sequenze notturne, accreditate a Corman, ma dirette da Hopper sono il vero gioiello della pellicola: vibrazioni pop e distorsioni d’immagini, camera bassa e fluttuante, luci al neon e jazz in sottofondo sino alla saturazione di colori che appiattisce sfondi e primi piani delle inquadrature finali.
The Trip si perde poi nel ricomporre le immagini mentali di Fonda, ancora sconvolto e convinto di esser pedinato dalla polizia (per l’omicidio che le forze dell’ordine non sanno che non ha commesso…). Le visioni si concretizzano nella ragazza bionda a lungo inseguita su più dimensioni, niente più che un nuovo amore nato per cancellarne un altro (gli incappucciati erano l’ultima conquista e…la penultima, appena introdotta nelle prime sequenze del film).
La superficialità nello sviluppo dei soggetti da parte di Corman è nota, altrettanto la sua capacità di captare tendenze e interessi e rigenerarli al più basso costo possibile. The Trip sfrutta e in un certo qual modo ammorbidisce la forza d’urto della cultura psichedelica e del nuovo cinema americano, traendo spunto senza molta coscienza dall’intera produzione della Factory di Warhol e dal sempre più frequente successo di pellicole Underground scomode e vitali.
D’altro canto fu la chance per Nicholson, Hopper e Fonda (a ruoli psicologicamente invertiti rispetto alla coppia di Easy Rider) per poter sperimentare e raccontare una storiella hippy che di fatto non inquieta, ma diverte e intrattiene permettendo ancora una volta a Corman di riaffermare la propria cifra stilistica giocando con i generi e trasformando parte delle allucinazioni nell’abituale incubo gotico.
L’altra faccia della pellicola, quella più sperimentale a livello formale rimane a distanza di anni l’unico vero motivo d’interesse di The Trip: un viaggio pop spensierato in edulcorate allucinazioni altrui.

Bowman