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THE INTERPRETER
(USA 2005)
di S. Pollack con S. Penn N. Kidman

L'interprete e le sue parole. Non riportate, semplicemente tradotte.
Le nazioni unite, il palazzo di vetro dell'ONU a New York e il brulicare informe di persone e voci al suo interno: la vitale rappresentazione architettonica di un incontro tra civiltà, la via politica alla risoluzione di conflitti e alla ricerca della pace.
Quanto questo sia retorico e irreale non conta. E' l'idea stessa che un luogo come questo esista a permettere a parte dell'umanità di credere in un comune futuro migliore.
Senza l'ONU l'unica risposta possibile sarebbe (sempre e comunque) la guerra.

Pollack sfrutta il potere simbolico delle Nazioni Unite sviluppando la sceneggiatura di The Interpreter su un'imprecisato stato africano dilaniato dalla lotte interne ed affidato da vent'anni ad un presunto pacifista tramutatosi in dittatore, oggi sfidato da altri oppositori che in caso di vittoria seguiranno con tutta probabilità la medesima strada.
La disillusione del regista americano di fronte alla risoluzione di un'ipotetica tragedia umanitaria si afferma nei volti di Sean Penn e Nicole Kidman, protagonisti della pellicola e costretti a lottare contro un destino che li ha fatti crescere nella privazione.
Entrambi costretti a confrontarsi con un lutto, con la sensazione di perdita e di impotenza che scaturisce dalla sofferenza.
Se tra le due star non nasce l'amore è solo per via della violenza ancora così forte e provata sulla pelle da non permettere reazioni: lei interprete ed ex guerrigliera, lui guardia di sicurezza pronto a proteggerla dopo averla utilizzata come esca, primo tentativo d'intravedere la soluzione di un enigmatico complotto.
E' soprattutto nel loro viso e nella determinazione delle loro azioni che comprendiamo l'incessante vitalità che si frappone alla logica della vendetta, del dolore e della rivolta armata.
Nella protesta silenziosa degli occhi di Sean e nella ricerca di solitudine di Nicole si svela una realtà asfittica, troppo lenta per seguire l'evoluzione delle cose che pare obbligare i protagonisti ad agire per non rimanere schiacciati da sé stessi, dal peso del proprio passato recente.
Il loro incontro è il fulcro sentimentale del film attorno al quale Pollack costruisce un intreccio politico che sfuma nel thriller sino a tramutarsi una ferma presa di posizione contro attentati e giochi di potere che condannano a morte certa vittime inconsapevoli ed innocenti.
Come accade nel montaggio incrociato e convergente di tre differenti realtà (l'interprete, il candidato in esilio e l'assassino) che culmina con un attentato dinamitardo su un autobus nel centro di New York e che rappresenta il maggiore shock visivo ed emotivo dell'intera pellicola.
Il protagonista aggiunto è come già detto il palazzo di vetro, con i suoi silenzi e la babele di lingue che ogni giorno lo attraversano, la moltitudine di delegati, rappresentanti, impiegati e faccendieri che lo affollano e lo rendono vivo.
Visto dall'interno, dai suoi corridoi e dai suoi box trasparenti, l'ONU appare come soluzione impossibile di fronte a problema reali, tangibili. Un enorme edificio popolato da uomini in disaccordo.
Tra diplomazia ed indagini, corse in Vespa negli ingorghi di Manhattan ed auto presidenziali, metal detector ed armi realizzate con mezzi di fortuna, biografie e pistole, immunità diplomatiche e uomini senza volto, The Interpreter conferma (nonostante qualche consapevole scelta retorica...) la bontà della direzione di Sidney Pollack, di certo lontano dal fulgore delle sue produzioni anni '70 (Corvo rosso non avrai il mio scalpo, I tre giorni del condor, Yakuza, Il cavaliere elettrico…), ma sempre in grado di coniugare con stile i risvolti sentimentali con i lati più impegnati della sua ultraquarantennale produzione.

Bowman