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THE FACE OF ANOTHER
(Jap 1966)
di H. Teshigahara

Cambio di volto, incongruenza tra essere e apparire.
Problematica non solo superficiale, ma drammaticamente interiore.
Cortocircuito mentale, la finzione cinematografica si sostituisce alla realtà, i parallelismi guidano l’esistenza.
Costretto alla mutazione, dimenticato da sé ed improvvisamente ritrovato, vicino al baratro.
The face of another è l’incontro di pulsioni molto differenti tra loro mediate dalla visione quieta e allucinata di Hiroshi Teshigahara, artista e filosofo che si dedicò al cinema per un decennio prima di abbandonarlo per un altrettanto lungo periodo di tempo (dal 1972, anno di Summer soldier fino al 1984 quando ritornò con Antonio Gaudì, un documentario sull’architetto catalano).
Okuyama è un uomo sfigurato da un’esplosione che sente il proprio universo allontanarsi sempre più da lui. L’unico contatto con la realtà o meglio con la speranza avviene solo grazie alla medicina: sin dall’inizio la componente tecnologica e futuristica è in primo piano, le protesi galleggiano nell’acqua e il paziente racconta la sua disavventura ripreso da una macchina a raggi x (è il teschio a parlare, non l’uomo).
L’ambiente familiare è lontano e non incisivo, il lavoro un’occupazione temporale e temporanea.
L’assenza di un volto, le bende che coprono le ferite e lo rendono irriconoscibile sono una barriera insuperabile in grado di cancellare ogni rapporto, per quanto stilizzato e superficiale possa essere.
Sempre più disperato e alienato Okuyama si rivolge nuovamente allo psichiatra che lo ha in cura per accettare un intervento rivoluzionario sul suo volto. Tra pareti trasparenti e disegni di Leonardo il suo viso sfigurato riprende forma, s’adatta ad un nuovo conformismo, modellato a immagine d’un anonimo donatore (anonimo anche se mostrato poco prima dell’operazione…).
I lenti movimenti di macchina di Teshigahara diventano circolari, un uso spregiudicato dello zoom s’intervalla a campi completamente statici dove è il dialogo a tessere il gioco del regista.
Il montaggio in cui s’incontrano le azioni e i pensieri di Okuyama e il ricordo cinematografico d’un film con una bellissima protagonista dal volto sfigurato svela completamente le intenzioni dell’autore che per rendere al meglio il racconto dello scrittore Kobo Abe sceglie un’intensa frammentazione narrativa e al contempo formale (dagli stop frame all’uso del muto sino all’ambientazione che ha il suo culmine innaturale in una birreria pseudo bavarese giapponese).
The face of another racconta l’ascesa puramente superficiale di Okuyama una volta ritrovato un volto (piacente, oltrettutto…), il dilemma che affligge la sua “persona”, il suo essere, mentre cammina per la città e incontra la sua inconsapevole realtà d’un tempo con “la faccia di un altro”. Contraltare annunciato il disastro interiore, la solitudine mostruosa della diversità che s’incarna nella fuga della ragazza del “ricordo” dentro il mare sino a scomparire sotto un sole enorme e avvolto dal grigio.
La pulsione sessuale prima ripudiata ed ora dominante, la vergogna (segreta, interiore) che va a braccetto con la libertà di una nuova vita.
In Okuyama esiste la paura, assente dal volto del suo psichiatra sino a quando accompagnando il suo assistito fuori da un commissariato di polizia dove si trovava per aver aggredito una ragazza fronteggia una folla silenziosa e senza volto, deturpata e in cammino.
Un terrore sordo costringe il protagonista al delitto, all’uccisione del suo creatore in una strada notturna qualche minuto dopo aver superato quella moltitudine vociante e scarnificata. Un colpo mortale nascosto da un abbraccio lascerà lo psichiatra steso al suolo mentre Okuyama scorrendosi il volto non s’accorgerà più della maschera, ma di sé stesso.


Bowman