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THE DREAMERS
(Ita 2003)
di B. Bertolucci con E. Green M. Pitt

Ho letto recensioni entusiastiche da parti di critici coetanei di Bertolucci, ho sentito lo stesso regista indirizzare il film ai giovani, a quelli che hanno dimenticato le utopie e a quelli che non le hanno mai avute.
The Dreamers è un ritratto in interno di tre ragazzi (due gemelli siamesi francesi, Theo e Isabelle e un americano Matthew) durante il '68 a Parigi: costituisce una memoria di Bertolucci che infatti lo erige a monumento di un'epoca e di una cinematografia che oggi non esiste più, ma che di certo è stata fondamentale per la nostra cultura (che ha poi deciso piuttosto superficialmente di dimenticarsene).
L'amore per la vita vissuto attraverso la scoperta del sesso da parte di tre ragazzi, con in sottofondo la fascinazione reciproca tra due culture occidentali che si scoprono insospettabilmente vicine alla fine degli anni '60 (emblematica la discussione su chi fosse migliore tra Chaplin e Keaton).
Quale migliore riferimento, quale migliore omaggio se non la bellezza per il periodo storico in cui tutto sembrava possibile: decisioni irreali, problematiche socio culturali e riflessioni filosofiche sull'impegno costituiscono la sorprendente e meravigliosa vita quotidiana di Theo, Isabelle e Matthew.
Isabelle (Eva Green) è davvero di una bellezza indecente; Matthew e Theo ne sono apparentemente schiavi: come non esserlo? Come non volerlo essere?
La colonna sonora (Hendrix, Doors, Joplin) entra dentro quasi più dei dialoghi, per la maggior parte volti a far respirare il background culturale dei protagonisti.
La regia è sontuosa, le citazioni rese attraverso il montaggio dei filmati originali in bianco e nero (tra cui Bande à part nella scena manifesto del film e Fino all'ultimo respiro, entrambi di Godard) sono molto efficaci nel trasmettere l'importanza che il cinema ha avuto nella formazione culturale e sentimentale dei giovani del'68 (e non solo ovviamente, ma mi sto riferendo puramente all'opera di Bertolucci). Il coinvolgimento di chi guarda però è effimero, si avverte una distanza quasi incolmabile in grado di trasformare l'accorato ricordo di una gioventù mitica ed eletrizzante in un esercizio di stile troppo pensato per poter scuotere davvero: l'affiorare di un simbolismo bisognoso d'essere epocale è conseguenza sin troppo semplicistica di una narrazione soggiogata dalla propria scintillante messa in scena.

Bowman