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THE COMPANY
(USA 2004)
di R. Altman

The Company è un film che mette in guardia i suoi spettatori: non innamoratevi del balletto, c'è ben poco da vedere al di là del palcoscenico. Questa sembra dire nell'ora e mezza di sceneggiatura, Neve Campbell, attrice protagonista e autrice del soggetto: è stata lei stessa a sottoporre il copione a Altman, che prima ha rifiutato (dicendo di non sapere nulla di danza) e poi ha accettato (proprio perché di danza non sa nulla).
Il regista americano, oggi settantanovenne, è paradossalmente il motivo principale di curiosità e interesse e allo stesso tempo la maggiore delusione di The Company: le domande sono molteplici, quella che salta per prima alla mente è proprio perché ha accettato di dirigere un film come questo, in cui il suo abituale punto di forza (i dialoghi) è praticamente nullo.
Gli attori, in gran parte ballerini professionisti, non sono altro che piccole comparse all'interno della storia della compagnia, tenuta insieme cinicamente dall'unico personaggio che va oltre l'abbozzo, vale a dire Malcolm McDowell nei panni di Mr.A, il direttore di origine italiana di tutto il collettivo artistico.
Un grande spreco di umanità che si batte con nemmeno troppa grinta per compiacerlo, senza tramare alle sue spalle, ma rispettandolo, al più prendendolo in giro in una recita natalizia: dimostrando come l'universo della compagnia sia definitivamente a sé, incapace di comunicare con chiunque ne sia escluso.
Come capire d'altronde una realtà di pezzi intercambiabili, educati al sacrificio sin dalla giovane età e quasi incapaci di una vita al di fuori della danza: unica speranza ovviamente il personaggio di Neve Campbell, oscillante tra timida ballerina e cacciatrice notturna.
Il clou di The Company dovrebbero essere i balletti, ma Altman si rivela incerto anche nel mostrarli, combattutto tra quello che accade in scena e quello che succede intorno ad essa: lo spettatore si trova diviso tra campo e fuoricampo, impossibilitato ad ammirare la magia per gli eccessi di realtà che continuamente influiscono nella visione.
Si sorride come detto per la recita ironica della compagnia su sé stessa e per pochi altri momenti (tra cui i meravigliosi costumi animaleschi del balletto conclusivo): il resto vive dell'attesa della performance e di piccoli particolari, disseminati qua e là, in ogni caso troppo solitari per cambiare il film nel suo complesso.
Altman è in bilico tra i generi, decide probabilmente di non scegliere, ma di assistere e in conseguenza di svelare i rapporti di forza in un microambiente definito e inaccessibile ai più: un'istantanea comunque troppo lontana dal documentario per essere letta in questo modo.
Rimane, a differenza dei prodotti per teenager che hanno infestato gli schermi negli ultimi anni, un'esaltazione del cinismo e della prevaricazione del mondo della danza: forse per la prima volta viene svelata la realtà e la durezza di un sogno che ora non appare più come tale.

Bowman