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LA TERRA DELL'ABBONDANZA

(USA 2004)
di W. Wenders con J. Diehl M. Williams

Paul (John Diehl) assomiglia incredibilmente a George W. Bush: il cappellino perenemmente calcato in testa lo rende simile al presidente in missione di guerra (traducibile in "esportazione della democrazia e della libertà") mentre solo la barba incolta e lo sguardo vivo lo differenziano in maniera tangibile dal suo capo di stato.
Reduce del Vietnam, sottoposto ad agenti chimici che lo hanno cambiato anche se lui non vuole ammetterlo (ad un certo punto mi convinco molto più semplicemente che non "può" ammetterlo), cerca di mantenere sicura la città di Los Angeles negli anni successivi all'attacco al World Trade Center. Mi chiedo per conto di chi.
Le prime risposte biascicate a due poliziotti che lo interpellano dicono che si stia muovendo per conto dell'esercito, poi tenta di svignarsela il prima possibile senza dimenticarsi di registrare ad un microfono tutte le impressioni sulle zone che attraversa su un camper equipaggiato per lo spionaggio.
Il suo castello di carte crolla quando rientra a casa nella periferia della città degli angeli: ad attenderlo un vecchio amico, quello che lui chiama la sua base operativa.
Entrambi convinti dell'imminenza di un ulteriore attacco, dell'importanza della loro missione mentre notte dopo notte inveiscono ubriachi contro i volti dei terroristi più ricercati, attaccati ad ogni parete della casa.
La sindrome del complotto porta Paul sul limite di una lucida pazzia, rinfocolata dalle radio locali inneggianti al patriottismo e al Patriot act (non sono esattamente la stessa cosa, ma agli americani è stata venduta così…), alla denuncia a piede libero di ogni sospetto, con un ovvio occhio di riguardo alle minoranze musulmane, chiaramente già colpevoli di essere musulmane.
Un animale impaurito, a cui la propaganda ha fatto il lavaggio del cervello per tutta la sua esistenza: convinto dell'intoccabilità e della superiorità dell'America, un territorio da difendere centimetro per centimetro e soprattutto ad ogni costo.
Paul ha cancellato la sua vita ed è diventato schiavo delle paranoie sociali spinte dal tam tam allarmistico dei network, trovando in esse la sua unica ragione di vita. Salvare l'America.

Lana (Michelle Williams) arriva a L.A. da Tel Aviv, da una missione di aiuto ad un'altra, per cercare suo zio: deve consegnargli una lettera della madre, morta qualche anno prima.
E' americana, ma non ha praticamente mai vissuto consapevolmente nel suo paese, cresciuta in Africa, in un mondo a parte basato sulla solidarietà nei confronti dei più deboli.
Mentre in Israele gli attentati s'intensificano e le manifestazioni per la costruzione del muro vengono represse con la forza, scopre una California diversa dalle cartoline che la West Coast manda orgogliosa in ogni punto della terra.
Il tasso di povertà più alto degli Stati Uniti, diseredati attirati nella città che ospita la mecca del cinema da ogni ammiccante cartellone pubblicitario e da ogni produzione hollywoodiana che per lo meno intenda fare cassetta.
Lana non riesce a comprendere quello che le sta attorno, si rifugia spesso sul tetto della missione con il volume dell'I-pod al massimo, cercando in quello che conosce un modo per non isolarsi.
Il suo sguardo dolce e pieno di fiducia la aiuta nell'instaurare i primi rapporti con i senzatetto, sorretta da una incrollabile fede nella bontà di Dio.

Wenders alle prese con quello che è rimasto della terra dell'abbondanza, gli avanzi per strada e le briciole che cadono dal tavolo: prova ancora una volta a cancellare il suo stile (quello che l'ha accompagnato per vent'anni, rinnovandosi in continuazione), mantenendo inalterata la sua sensibilità.
La sua volontà di essere un regista "americano" è stata più volte frustrata (Crimini invisibili e The million dollar hotel sono due esempi lampanti), oggi dice di voler riconsiderare il tutto da un punto di vista europeo: il primo passo è proprio questo Land of Plenty, titolo tratto da un brano di Leonard Cohen, in cui il direttore tedesco si misura con ansie e sentimenti post 11 settembre.
La terra dell'abbondanza è una riflessione tradotta in immagini su due anime opposte della realtà americana contemporanea: quella terrorizzata e pronta ad imbracciare le armi ovunque e contro chiunque e un'altra pacifica, generosa, felice di poter aiutare il prossimo.
La semplificazione di Wenders arriva a creare due personaggi basati su questi opposti atteggiamenti: zio e nipote, obbligati (anche dal caso) a convivere, a cercare un rapporto che punti sui lati comuni di entrambi.
La figura di Paul è forse fin troppo caricaturale e non abbastanza ironica, ma è il motore del film, il terminale ideale delle paranoie terroristiche dei media: il sergente congedato, ex marine, autoproclamatosi responsabile della sicurezza losangelina, si presenta circondato da un alone di serietà che viene smantellato scena dopo scena.
Lana invece sembra poter resistere a tutto, compresa la sua fragilità: l'incontro agognato con lo zio congiunge aspetti umanitari e indagini personali (e quant'altro può scatenare la morte violenta di un immigrato musulmano), le rivela un uomo bisognoso d'affetto a cui non può sottrarsi.
E mentre le teorie di Paul si cancellano con l'evolversi delle sue indagini (scena chiave: l'ingresso nella casa dei presunti terroristi, ritmata da Looking for water di David Bowie, rivela un'anziana costretta a letto impossibilitata a cambiare il canale del suo televisore, da cui guarda caso sta parlando George W. Bush), preferisco lasciare da parte le mie incertezze, le mie critiche ad un racconto non troppo definito, superficiale e in apparenza semplicistico.
Mi trovo a pensare a Wim Wenders e ai motivi per cui abbia voluto realizzare un film come questo mentre i protagonisti giunti al termine del loro viaggio coast to coast, sostano di fronte a Ground Zero.
Quello che ho visto è uno sguardo pieno di compassione verso l'America, quella dimenticata dai proclami elettorali e dagli allarmi sempre crescenti, quella che fa davvero fatica a trovare un pasto caldo da consumare ogni giorno e che non smette di lottare per la libertà di ogni suo cittadino: quella di cui il regista si era innamorato e di cui oggi nessuno pare più parlare, quella nascosta, per non dire sepolta, dal clima del terrore imposto ad una nazione ferita.

Bowman