visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS

TAKESHIS
(Jap 2005)
di T. Kitano

In una stanza semidistrutta e piena di cadaveri entrano dei soldati americani. Fanno luce tra le macerie fino a quando uno dei militari incrocia lo sguardo di un sopravissuto. L’uomo salvo per miracolo  (sino a quel momento...) è Takeshi Kitano.
Questo l’incipit di Takeshis, un invito alla pellicola che non avrà seguito se non come frammento, piccolo particolare degno di nota in un’avventura creata per ribaltare gli stereotipi del cinema del regista e attore giapponese attraverso una costellazione d’immagini sospesa tra analisi psicanalitica e sogno.
Quello di Kitano è un carnevale di segni in cui la sua cifra stilistica non riesce ad essere mediata dal rapporto con la realtà: lo status di celebrità raffrontato alla solitudine quotidiana non lascia speranze mentre la costruzione cinematografica annacquata dalla banalità di un mondo costruito a immagine e somiglianza della star televisive diviene imperante.
Takeshis vuol dire entrare nella testa di Kitano con un sogno multiplo e non dichiarato e rischiare di non uscirne: una vorticosa spirale di violenza e uccisioni con gli spari che prendono il posto delle battute ed il volto di Beat Takeshi sempre più simile ad una maschera kabuki (non un autoironico clown triste, come predilige descriversi).
Nell’assurdità di un provino televisivo infinito e di personaggi che ritornano senza sosta anche dopo la morte obbligati al proprio ruolo, Takeshis punta direttamente a mettere in ridicolo non solo l’ovvietà della narrazione post moderna, ma anche e soprattutto l’insensatezza di una quotidianità obbligata ad essere umile e senza gioie.
Se il Takeshi attore preferisce perdere i propri profitti giocando a carte con bande di Yakuza, il Takeshi aspirante interprete è costretto nell’ombra dal successo dell’altro, condannato ad una serie di audizioni inutili per un ruolo minore impossibile da ottenere. L’insoddisfazione che ne nasce alimentata da improbabili incontri e inquietanti ritorni dal passato prossimo scatena una serie d’esecuzioni incalcolabile.
Takeshi non chiede più, non parla: spara.
Entriamo e usciamo dalla porte della sua mente, da un’intuizione ad un'altra, senza feedback.
La morte è sconfitta dalla pellicola, il personaggio trionfa sulla persona.

Il rutilante mondo interiore di Kitano ha trovato un nuovo sbocco, il più complesso e sperimentale dall’inizio della sua carriera registica.
Il suo viso paralizzato in una smorfia incompiuta viene anestetizzato   dalle uccisioni e dagli alleggerimenti comici, dal vizio da geriatra per il tip tap alle associazioni d’idee che si materializzano improvvise e senza sosta (lo scratch di un dj passa dal piatto del giradischi al corpo di una ragazza, un bruco in un mazzo di fiori diviene un’assurda coreografia televisiva, uno scontro a fuoco notturno una si trasforma in una costellazione …).
La solitudine di Takeshi è la protagonista della pellicola più delle sue allucinazioni: il fantasmagorico mondo d’apparizioni da piccolo schermo e assalti alla mafia risulta schiacciato dalla personalità inclassificabile del suo autore, geniale interprete di un paradosso non comune.
Entrati nel labirinto di Kitano ancora ammaliati dai riflessi del biondo Zatoichi, Takeshis si dispiega come un brusco risveglio travestito da sonno ancora più profondo. Quella del regista giapponese è una richiesta d’abbandono alle immagini senza volontà di comprensione: tra sinapsi e colpi d’arma da fuoco l’unica possibilità per non lasciarsi irretire è farsi soggiogare dall’autoritratto in assoluto splendore e in assoluta povertà di un sempre più incredibile Beat Takeshi.

Bowman