|
visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
SUNSHINE
(UK 2007)
di D. Boyle
La fantascienza diviene un pretesto per permettere a Danny Boyle il suo settimo film, una nuova incursione in un genere a lui non familiare che aveva solo avvicinato con l’horror movie 28 giorni dopo (da cui mutua autori e protagonista, un sempre credibile Cillian Murphy). Dopo Millions il regista inglese cambia ancora una volta registro confermando per l’ennesima volta la grande qualità del suo lavoro, una qualità che va al di là dei limiti intrinseci delle sceneggiature che gli sottopongono (in questo caso lo script di Alex Garland sale e scende come un ottovolante riuscendo comunque a mantenere un’invidiabile tensione di fondo, anche se più leggera rispetto agli attacchi zombie di quattro anni fa’).
Il sole sta scomparendo o meglio è scomparso. La terra si ritrova al buio e un manipolo d’aspiranti eroi e scienziati, ma soprattutto d’uomini parte alla volta della grande stella morente per rivitalizzarla con una nuova esplosione, una bomba di potenza incredibile capace di creare un nuovo big bang. Prima di loro un’altra nave spaziale era partita con il medesimo obbiettivo senza più fare ritorno.
Boyle dirigendo un film fantascientifico nel terzo millennio non poteva certo dimenticare i suoi illustri predecessori, da cui attinge sapientemente e di cui ripete più o meno a memoria tutti gli stilemi del genere.
In ordine d’apparizione: le tensioni tra l’equipaggio, il senso di perdita della realtà dopo mesi a bordo, l’errore umano, il naufragare delle relazioni, l’incontro con l’immensità dell’universo in grado di annullare ogni volontà, il sacrificio personale, l’esplorazione di un’astronave disabitata, la minaccia aliena (o mutante…), i computer in gestione totale, la missione da compiere ad ogni costo e l’inevitabile carneficina d’accompagnamento.
Il regista passa da un’azione all’altra con perfetto senso ritmico soffermandosi in particolar modo sul rapporto tra il sempre più claustrofobico interno di Icarus e l’infinito orizzonte solare che si mostra di fronte agli astronauti. Un uso selvaggio del primo piano ci porta addosso ai protagonisti come se non ci fosse più spazio e l’aria si esaurisse ad una velocità sempre maggiore. D’altro canto il vero leit motiv di Sunshine è l’eccellente uso che Boyle e il supervisore degli effetti speciali Tom Wood fanno della luce. Il sole è un modo per inscenare cattedrali luminose e riverberi accecanti in grado di avvolgere i protagonisti sino a farli scomparire. Allo stesso modo l’effetto che una luce così intensa ha sugli occhi degli interpreti si traduce in una perdita della percezione visiva che porta ad un’incontrollabile sfocatura dei contorni e delle forme. Sui passaggi tra realtà oggettiva e soggettiva il regista costruisce la fortuna di Sunshine: un montaggio nervoso e mai rassicurante accompagnato da echi ambient e clangori metallici (splendido lavoro degli Underworld) acuisce la potenza visiva del film sino a nascondere i sopracitati limiti di genere ed intreccio.
Dopo tanta profusione d’elogi per l’apparato tecnico e visuale e per l’editing che ancora una volta si conferma il vero punto di forza del cinema di Danny Boyle (in questo caso il regista si nasconde nell’indefinito per poi destabilizzare ogni scena con poche precise immagini a fuoco perse in un caos di forme rese fluttuanti dall’eccessiva luminosità), una nota particolare per il cast capace di rendere credibile per tutta la sua durata un film recitato per la sua maggior parte davanti ad un enorme schermo blu. E’ la normalità per qualsiasi opera o prodotto abbia a che fare con il genere ormai, ma al contrario di molti colleghi Boyle non dimentica l’aspetto umano che non diventa mai un semplice accessorio degli effetti speciali, anzi.
Le relazioni tra i protagonisti rimangono sempre in primo piano e questo contribuisce ad evitare cali d’attenzione nei pochi casi in cui la sceneggiatura tende ad accartocciarsi su sé stessa o a rifarsi a clichè troppo abusati. Sono proprio le relazioni interpersonali e il rapporto sempre più traumatico con l’oscurità/luminosità e l’incombente paura della morte (avvenga essa per troppo calore o per troppo gelo - realtà uguali e opposte nella profondità dell’universo a pochi chilometri dal sole) le fondamenta su cui il regista costruisce l’incredibile tripudio visuale di Sunshine.
Bowman
|
|