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STALAG 17

(USA 1953)
di B. Wilder con W. Holden

Come dar torto a Billy Wilder?
La sua dichiarazione sui titoli di testa non serve solo a introdurre il film, ma a chiarificare oltremodo il suo pensiero: durante l'enorme sforzo bellico americano della seconda guerra mondiale, i film che si occupavano del conflitto fiorirono a dismisura.
La maggior parte se non la totalità trattavano di azioni eroiche e battaglie infinite, ignorando il lato umano, il rapporto tra gli individui che si trovavano invischiati in qualcosa di enormemente più grande di loro: il servizio che questi film dovevano fornire era semplicemente tenere alto il morale alle truppe (e a chi a casa rimaneva con il fiato sospeso, magari sotto razionamento).
Ben pochi durante la seconda guerra mondiale erano a conoscenza di una delle più innovative invenzioni naziste: i campi di lavoro o stalag, come preferite. Non esattamente campi di concentramento (riservati alla popolazione ebraica), piuttosto luoghi di prigionia per "ospitare" il nemico catturato, in attesa del trionfo del Reich…
Parlo di "invenzione" senza voler mancare di rispetto a nessuno: il contrappunto lo fornisce proprio Wilder, grazie ad una lettera ad un soldato americano catturato, dove la madre racconta di aver letto su una rivista a stelle e strisce che questi luoghi ameni hanno campi da tennis e luoghi d'intrattenimento, il tutto documentato da una serie di fotografie della riuscita propaganda tedesca.
Lo Stalag 17 (e il 16, il 15 e via dicendo…) non fu nulla di tutto ciò.
Baracche che contenevano anche più di 600 uomini, nel nostro particolare caso tutti sergenti dell'esercito americano: la voce narrante di uno dei prigionieri c'introduce nello stalag a pochi giorni dal Natale 1944, per raccontare di quando gli uomini individuarono una spia fra di loro.
Wilder annuncia sin dalle prime battute il soggetto della pellicola, poi grazie alla sua incredibile maestria riuscirà quasi a farcene dimenticare: poco alla volta il cerchio si stringe sull'elemento principale del racconto, ma ciò avviene impercettibilmente di scena in scena, solo dopo aver fatto in modo che lo spettatore abbia potuto entrare in contatto con ognuno dei protagonisti.
Noi stessi diveniamo componenti dello Stalag 17, persi nella moltitudine dei prigionieri, ma pronti a solidarizzare con loro, a fornire incondizionatamente il nostro sostegno umano: il regista ottiene tutto ciò con poche inquadrature di presentazione e la prima atroce esecuzione nazista, che vede l'uccisione di due soldati americani che tentavano la fuga dal campo di prigionia.
Così per tutto l'arco del film Wilder rimane in bilico tra leggerezza e orrore, imponendoci quella strana reazione chimica che si realizza in situazione estreme: la voglia di dimenticarsene, di ironizzare sul nemico e sulla propria condizione, di ridere in faccia alla morte.
Il segreto narrativo di Stalag 17 è nell'abilità del suo regista di combinare in modo eccezionale l'atmosfera bellica con la commedia e il giallo, creando una serie di differenti livelli d'attenzione per il pubblico che, sapientemente guidato da movimenti di macchina ineccepibili negli angusti spazi della camerata, si trova di volta in volta a sorridere e ad indagare, senza però mai perdere di vista gli spietati carcerieri nazisti.
Wilder si permette addirittura di svelare la spia infiltrata nella baracca ben prima del termine del film, dimostrando come il suo cinema vada oltre i ragionamenti sulla perfetta miscela tra i generi: siamo mossi così nel profondo da ciò che vediamo, da essere interessati solo alla soluzione dei conflitti umani tra i prigionieri.
Questo grazie anche a delle straordinarie performance attoriali, su tutti l'incredibile William Holden (premiato più che meritatamente con l'Oscar come miglior attore protagonista quell'anno) che con la sua smorfia e il sigaro sempre acceso fa di tutto per risultarci antipatico sin dalla prima inquadratura.
Impossibile riuscirvi: Sefton è il personaggio di cui potresti parlare per una vita intera, come sottolinea giustamente la voce narrante.
L'anima del film è invece il sergente Shapiro (Harvey Lembeck, impagabile) che con Caprone (Robert Strauss, non lo sentiamo nominare in altro modo e capiamo via via perché…) sostiene tutti i momenti di alleggerimento di Stalag 17, una gag dietro l'altra per gli incontrastati buffoni della compagnia.
A margine l'eroico tenente Dumbar (Don Taylor), capace di far esplodere un treno carico di munizioni con un pacchetto di cerini e una sigaretta (piccoli trucchi da tenere a mente per i tempi difficili…), i capi della baracca e tutti gli altri, un cast tragicomico che vede la punta poetica nel suono del flauto del taciturno Joe…
Dall'altra parte i nazisti. Molto cattivi come Von Scherbach (una divertita incursione di Otto Preminger) o molto stupidi e bonaccioni, ma solo in apparenza, come Johan Sebastian Schulz (Sig Ruman, definito figlio di un cane ancor prima della sua prima inquadratura…), sempre pronti ad essere "giocati" dagli americani, che gliela farebbero sempre, è chiaro, se non fosse per quella maledetta spia.
Il mito del soldato yankee in un certo senso è stato costruito pezzo per pezzo dai film bellici, allo stesso modo la stupidità e l'ignoranza dei nazisti (ritratti che trovano un contraltare nell'altra tipica caratterizzazione sadica e senza pietà dei loro "migliori" uomini).
Per questo le incursioni in territori esterni al continente americano dà l'occasione di ammirare l'incredibile superiorità statunitense nei confronti del resto del genere umano (esagero, ovviamente, ma il tenore è questo).
Lo stesso Wilder nel 1961 ridicolizzerà il blocco comunista e i suoi ideali con Uno!Due!Tre! dove un inarrestabile James Cagney, dirigente della Coca Cola a Berlino Ovest, convertirà un giovane rivoluzionario in un capitalista in meno di tre ore (una battuta su tutte per sintetizzare il clima del film: "meglio un eroe morto, che un comunista vivo").
Forse proprio per questo qualche anno più tardi sarà facile per Stanley Kubrick fare a pezzi le certezze dell'efficienza americana con Il dottor Stranamore, una pellicola che ha lo stesso piacere per la battuta e il complotto delle commedie di Wilder, ma che per questo non rinuncia ad una critica al vetriolo a 360° (e non solo sugli obbiettivi nemici...).
Guardando Stalag 17, in ogni caso, non siamo certi che "il nostro uomo migliore" sia a tutti gli effetti il più patriottico della baracca.
Sefton bada soprattutto a sé stesso, traffica con tutti (altri prigionieri e nazisti, senza differenza… per questo verrà accusato per primo di essere un infiltrato) senza dar confidenza a nessuno: la sua fuga avviene perché è il momento giusto per scappare, l'occasione con più chance di riuscita.
Un anticonformista che vuole provare la sua innocenza agli altri per essere lasciato in pace: l'uomo della grande beffa finale, convinto del suo pragmatismo e della sua lealtà, si stupisce di come un americano possa tradire un americano, ma nulla più.

I ritratti che Wilder ci regala in Stalag 17 parlano dell'umanità nella sua totalità e dei complessi rapporti che si instaurano in realtà al limite, impossibili da immaginare come quelle di uno stalag nazista: l'amicizia virile e il clima cameratesco cedono il passo al tradimento e al sospetto, alla paranoia e alla nostalgia di casa, alla crisi di valori che porta ognuno ad agire solo per sé.
Ma tutto questo l'aveva già specificato lo stesso Wilder, come ogni gigante del cinema, sin dall'introduzione sui titoli di testa…

Bowman