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SHINE A LIGHT
(USA 2008)
di M. Scorsese con M. Jagger K. Richards R. Wood C. Watts
Shine a light racconta una notte, l’ennesima, della più grande rock n roll band al mondo.
Il titolo resiste dal 1969, le prime immagini del gruppo risalgono all’inizio di quel decennio.
Da allora i volti e i corpi di Mick Jagger, Keith Richards e Charlie Watts sono stati esposti in ogni modo ai media, con ogni volontà. Promozione, dileggio, scandalo, droghe, sesso e quant’altro: il tutto filmato e fotografato, testimoniato in parallelo agli ultimi quarant’anni della nostra epoca ed ormai assorbito, trasformato in icona.
Ron Wood dovette solo aspettare per entrare in un circo infinito…
Basta semplicemente un nome a evocare un caleidoscopio d’immagini e suoni.
Rolling Stones, niente di più.
La regia di Martin Scorsese è in primo luogo divertita, poi sorpresa ed infine sull’orlo di un adrenalinico collasso nervoso poco prima delle battute iniziali. Il montaggio spezzato, l’incontro tra rehersal e immagini di repertorio, il fronteggiarsi tra la band e il regista seguono un crescendo palpitante, amplificato dalla bassa risoluzione scelta come soluzione ottimale per testimoniare in presa diretta l’evolversi dei primi minuti della pellicola.
Padroni di casa anche se ospiti, celebrità ed anfitrioni gli Stones accolgono in modo farsesco un can-can di amici e fortunati invitati per la filantropica causa ambientale promossa dalla famiglia Clinton.
Il compleanno dell’ex presidente è l’occasione scelta per un party in due nottate nel magnifico Beacon Theatre, location ideale per catturare la band in una calorosa intimità.
Il lavoro di Scorsese durante il concerto appare spesso oscuro, amplificato forse solo dalla resa musicale che accentua il suono dello strumento inquadrato: la sua ricerca d’immagini è il frutto di posizionamento al limite della perfezione delle camere attorno al palco e di una scelta a dir poco accurata in fase di montaggio.
Una direzione moderna per definizione, fondata su cambi secchi e stacchi prolungati sin dentro la band, in un tributo sommesso al suo cinema solcato da fuori fuoco e saturazioni. Martin riesce a catturare anche un umanissimo rilassamento dopo la scarica di ogni performance, creando un percorso privilegiato per entrare in contatto con il gruppo.
I rovesci luminosi ed i lampi bianchi che invadono le inquadrature aumentano l’energia dell’esibizione e riescono nell’impossibile impresa di ritrarre ancora una volta quei corpi e quei volti con la medesima curiosità di un tempo, alla ricerca di un’alchimia inspiegabile.
Il materiale di repertorio è limitato a brevi intromissioni: niente più che conferme dell’aurea che Jagger, Richards, Watts e Wood si portano dietro da una vita, senza ritegno oggi più di ieri (nonostante gli sbarchi dagli aerei in pompa magna, gli assalti sul palco, gli eccessi e le patrie galere…e le parole, spesso consapevolmente inutili, ripetute ai quattro eventi).
Il passato è lì, più nei loro muscoli e nelle loro ossa che nella loro musica. L’apertura di Jumpin Jack Flash è una frustrata che vive dei riff sporchi e deflagranti di un Keith in forma strepitosa, mai nell’ombra di un compagno straripante e incredibilmente al top vocale e fisico. La voce di Mick e la batteria di Charlie, il marchio di fabbrica d’ogni pezzo. Il magico intreccio, Ron Wood. Pochi minuti e il gioco è fatto, le sensazioni e le emozioni quelle d’ogni show per cui esprimere le stesse entusiastiche parole.
Shine a light sparisce dentro i Rolling Stones.
Watts che sbuffa dopo uno sforzo prolungato, Jagger teatralmente incredulo, Richards che fa scintille e s’avvolge di fumo, l’elettricità di Some Girls e di Champagne & Reeefer con il blues incarnatosi in Buddy Guy è pura magia live mentre You got the Silver regala un Keith solista senza chitarra per un’interpretazione unica. Attimi, momenti catturati impagabili nell’istantaneità del loro avvenire ed infine così effimeri da doversi ripetere negli anni a lenire un bisogno inesauribile nella sua ritualità.
La notte del Beacon Theatre è un altro tassello esaltato da Tumbling dice e Brown Sugar, da She was hot e Live with me (con Christina Aguilera hot quanto la femmina descritta dal brano precedente… ospite gradita come Jack White protagonista di un’amichevole Loving Cup ).
Faraway Eyes è il country ironico ed anti evangelico promosso nel lontano ’78: Richards sembra irridere Mick, per poi lasciarsi andare ad un abbraccio commovente sul refrain del pezzo. Un'unica anima, ma due volti: il frontman ideale sovraeccitato e al servizio del divertimento altrui ed il performer scazzato, arrogante, che solo in apparenza non concede nulla alla platea se non il suo ghigno soddisfatto.
Scorsese ritrae in 120 minuti di pellicola la definizione che il Novecento ha lasciato appiccicata al Rock n Roll: quattro figure dall’aspetto mansueto quanto truce, vagamente spocchioso anche se amichevole, segnato da tutto che quello che la loro musica conferma nella sua disarmante semplicità, l’accelerazione di una vita condensata in pezzi da quattro minuti, nient’altro che una successione di pure esplosioni emozionali.
Urla, rullate, riff ed arpeggi, il prossimo show già dietro l’angolo, il passato bruciato addosso, ancora fumante.
Bowman
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