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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
SCARFACE
(USA 1932)
di H. Hawks con P. Muni
Il produttore Howard Hughes decise di introdurre Scarface con un
breve testo che raccontasse agli spettatori che la storia a cui
stavano per assistere era basata su fatti reali, con il deciso intento
di scuotere l'opinione pubblica e soprattutto di cautelarsi nei
confronti della censura, prima di portare sugli schermi di tutto
il paese la guerra fra gang che insanguinava le maggiori città
americane.
Il piano sequenza che apre la pellicola ci conduce all'interno di
un locale in cui è ormai passato l'orario di chiusura: la
prima inquadratura di Scarface mostra un lampione che si spegne
mentre la notte non è ancora del tutto finita.
Ciò che rimane è il buio.
Le uniche persone presenti sono sedute intorno ad un tavolo, stanno
discutendo della spartizione dei territori della città; di
lì a poco il boss verrà freddato durante una telefonata
da un ombra che arriva fischiettando.
E' questa la prima immagine di Tony Camonte (Paul Muni), gangster
in prepotente ascesa nella città di New York: lo ritroviamo
il giorno dopo, mentre è impegnato dal suo barbiere di fiducia
e finalmente possiamo scorgerlo in volto.
La guancia sinistra è segnata da una croce, uno sfregio ricevuto
in chissà quale occasione (lui tende a riferirsi ad una guerra,
i detrattori ad una donna in un bar).
Tony salirà velocemente i gradini del potere, distinguendosi
per la ferocia delle sue esecuzioni e per la sua ambizione sfrenata,
incapace di arrestarsi ed anzi sempre più sanguinaria e delirante.
Hawks cucisce addosso a Paul Muni i panni di un gangster pronto
a massacrare pur di emergere, incurante di leggi, codici morali
e gerarchie della malavita, pronto a tutto per ottenere ciò
che vuole il più rapidamente possibile ispirandosi direttamente
alle vicende di Al Capone a Chicago.
Omicidi in serie, denaro, donne (una in particolare, quella del
suo "temporaneo" capo
), successo, controllo su ogni
essere vivente
Tony si convince di essere destinato ad avere tutto, "The world
is yours" è il messaggio ricorrente con cui si confronta:
è semplicemente una scritta pubblicitaria che compare sul
tetto di un palazzo di fronte al suo nuovo lussuoso appartamento,
ma il suo fascino sul gangster è irresistibile.
Si abbandona a sé stesso, inseguendo un sogno attraverso
il suo istinto omicida.
Per questo al culmine della sua escalation nella malavita non riesce
a comprendere i motivi della relazione tra la sorella Cesca e il
fidato Rinaldo: ormai introdotto in una spirale senza fine di violenza,
uccide l'amico a sangue freddo, incurante dei suoi sentimenti, completamente
in preda alla follia.
Seppur il rapporto con la sorella sia appena accennato esso oltrepassa
la gelosia per tramutarsi in possesso, una sorta di dipendenza dall'unica
persona che sente simile, se non uguale a sé.
Per lei commette l'unico errore (in chiave macchiavellica) della
sua esistenza: l'uccisione di Rinaldo lo spinge tra le braccia della
polizia che assedia la sua casa.
A nulla serviranno le armi e le finestre blindate, nemmeno il ritrovato
(un repentino cambio d'atteggiamento dettato da un amore viscerale,
quasi incestuoso) appoggio di Cesca che lo segue e per caso viene
uccisa da una pallottola vagante sparata dalle forze dell'ordine.
Moralmente distrutto dalla morte della sorella ed intossicato dai
lacrimogeni, Tony è costretto a consegnarsi alla polizia
disarmato, chiedendo per la prima volta nella sua vita clemenza.
Il suo ultimo gesto, una fuga disperata verso un vero e proprio
plotone d'esecuzione che lo attende fuori dall'abitazione, è
dettata da una reazione istintiva provocata dalle parole sprezzanti
del tutore della legge che sta per ammanettarlo.
"Te l'ho detto che finivi così, che un giorno senza
armi addosso ti saresti messo a piagnucolare."
La corsa verso l'esterno del suo bunker lo vede inevitabilmente
falciato da una raffica di proiettili... rimangono solo le sirene
(della polizia e delle ambulanze) e una croce, più simile
ad una cicatrice, sull'asfalto.
Il realismo annunciato dai titoli di testa rimane (fortunatamente?)
a guardare le gesta di mr.Camonte, permettendo così a Hawks
di realizzare una pagina indimenticabile del cinema americano: Scarface
è una perfetta sintesi di simbolismo e azione, manifesto
visivo del degrado sociale delle metropoli americane durante gli
anni del proibizionismo.
Un magistrale uso del bianco e nero e delle possibilità d'illuminazione,
con luci ed ombre che vanno di volta in volta a comporre delle croci,
a sottolineare ogni omicidio compiuto da Tony, a ricordare lo sfregio
che porta in volto.
Paul Muni è perfetto nella sua interpretazione che diverrà
un vero e proprio archetipo, esaltando l'immagine focosa e il comportamento
violento del suo personaggio, la sua fame di ricchezza che si trasforma
in sfrontata opulenza.
Scarface racconta di un utilizzo spregiudicato delle notizie da
parte dei media, accusando in particolar modo i giornali più
popolari in grado di trasformare in gangster in eroi romantici.
Lo stesso Hawks cade (volontariamente) nel tranello dotando di un
grande carisma e ascendente sui sottoposti la figura di Tony, tanto
da essere costretto a inventare ancora una volta con Howard Hughes
un contraltare verbale nel capo della polizia, praticamente impotente
di fronte al commercio di armi e alcoolici, ma vera e propria coscienza
all'americana del film.
Sono le sue parole a bilanciare i crimini dei gangster, a provocare
un cupo ritorno alla realtà di una guerra fra delinquenti
che produce un numero indicibile di vittime innocenti, a sostenere
i proclami della patriottica lega dei benpensanti
Ma il fascino di Scarface è concentrato nella figura del
suo protagonista, nel suo essere spregiudicato, senza regole né
padroni: un mitra che spara a ripetizione, mentre i giorni volano
via.
APPENDICE:CINQUANT'ANNI DOPO
Nel 1983 Brian De Palma riporta sullo schermo Scarface, con l'aiuto
di Oliver Stone alla sceneggiatura: il personaggio interpretato
da Al Pacino diviene un'icona contemporanea, allo stesso modo il
film passato alla storia (purtroppo) per l'altissimo numero di "Fuck"
della versione originale.
Ma queste sono notizie da manuale e nulla più
De Palma ripropone la figura di Tony come quella di un'immigrato
cubano a Miami, la nuova ondata di latinos in arrivo negli Stati
Uniti dopo l'invasione ad inizio secolo di europei e soprattutto
italiani.
Tony Montana compie la medesima ascesa di Tony Camonte: uccisioni
in serie, violenza straripante, commercio di cocaina in sostituzione
all'alcool (ormai legale
), decapitazione della malavita organizzata
e conseguente riassetto in un lusso kitch e straripante.
De Palma spinge sull'acceleratore quello che già Hawks aveva
delineato, portando all'estremo ogni caratteristica del gangster
creando così un perfetto specchio dell'esaltazione da capitalismo
rampante e dell'indistinta febbre di successo e apparenza che ha
contraddistinto gli anni '80.
L'ambientazione e i movimenti caricaturali di Al Pacino non attenuano
l'effetto melodrammatico, sostenuto da un'efficace colonna sonora,
che il regista riesce a creare: se il racconto non si discosta certo
dalle intuizioni di Hawks, ma lo completa dando la giusta profondità
e una più reale carica erotica ai rapporti di Tony con la
donna del suo momentaneo capo (Michelle Pfeiffer
eterea ed
abbagliante) e la sorella (una sempre più peccaminosa Mary
Elizabeth Mastrantonio), il tutto reso accettabile dai continui
e spersonalizzanti abusi di cocaina.
Gli Stati Uniti ancora una volta come una terra promessa per emigranti
disperati, pronti a tutto (in alcuni casi) per avere la propria
fetta di sogno, il più della volte aiutati per motivi d'interesse
lampanti dai potenti di turno, sino alla più totale incontrollabilità.
Tony Montana è l'impersonificazione di una violenza delirante,
folle e senza scrupoli, schiava del potere e del denaro, ma ancor
più di un ego senza eguali, per cui l'unica cosa che conta
è l'affermazione sociale attraverso ogni tipologia di status
symbol, senza alcuna differenza tra oggetti inanimati ed esseri
viventi.
La regia di De Palma è sontuosa, al limite del barocco: i
movimenti di macchina sono volutamante eccessivi, esattamente come
le azioni del protagonista, perfetta trasposizione di origine cubana
del ruolo interpretato da Paul Muni.
Scarface non è uno stanco remake dell'originale, anche se
la sceneggiatura di Stone lo ripercorre abbastanza pedissequamente:
il tocco di De Palma serve in gran parte a contestualizzarlo, a
dimostrarne l'attualità e ad esaltarne alcune caratteristiche
che per motivi di censura (e coscienza del proprio tempo) rimasero
appena accennate nella versione del 1932.
Cinquant'anni dopo l'America è rimasta sostanzialmente la
stessa.
Bowman
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