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PULL MY DAISY

(USA 1959)
di R. Frank / A. Leslie

Early morning in the universe...

Se si potesse entrare in quella stanza senza leggere i nomi che l’abitano (o semplicemente la animano), la visione diventerebbe un incontro.
Alcuni personaggi s’affaccendano in un appartamento. Leggono versi e fumano, gozzovigliano e salutano un vescovo, identificabile solo per il suo appellativo.
La macchina da presa di Robert Frank e Alfred Leslie li scruta uno ad uno, punto di vista preferenziale e distorto, in grado di svelare l’allucinazione costante d’ogni mente dietro la mimica bloccata del volto.
Allen Ginsberg, Peter Orlofsky e Gregory Corso davanti agli obbiettivi, lasciano alla voce di Kerouac una narrazione vorticosa che s’infiamma inseguendo ritmiche jazz sino a lasciar spazio agli strumenti.
Battiti, battute, urla, strepiti, contrabbasso, piano, sax, tromba.
Il montaggio è un esempio ruvido di cut up cinematografico, assemblaggio di momenti e sensazioni e ancor più di pensieri trasformati in realtà. La stanza non ha pareti, s’apre invitante allo spettatore.
Sta a lui decidere se partecipare o assistere, credere o interpretare.
La realtà che ha di fronte muta in sogno o incubo, senza filtri.
L’anima svelata dal quotidiano in un crescendo di assolo e affondi in un loft nudo, ma ospitale, luoghi d’incontri vitale e allo stesso tempo universo chiuso e impenetrabile.
Il susseguirsi d’eventi non ha un culmine, ma una fuga, un’istantanea bloccata su una scala mentre la Beat Generation ritorna incosciente sulla terra.

Pull my daisy, tip my cup
all my doors are open.
Cut my thoughts for coconuts,
all my eggs are broken…

Pull my daisy è l’adattamento del terzo atto di una piece mai conclusa dal suo autore, il poeta e scrittore Jack Kerouac: il titolo originale era l’emblematico “The Beat Generation”. Kerouac come detto è anche voice over improvvisata per un racconto che si snoda tra ritratto verosimile (Neal Cassady e sua moglie Carolyne ovvero i padroni di casa... interpretati da Milo/Larry Rivers e Delphine Seyrig) e distorsione premeditata della realtà (il crescendo comico e distruttivo del party).
Il titolo che divenne definitivo è tratto da un’altra poesia beat scritta tra gli anni ’40 e ’50 dallo stesso Kerouac con Allen Ginsberg e Cassady: parti della composizione ispirano la ballata jazz d’apertura, dolce e carezzevole introduzione a questo inclassificabile spicchio d'universo.
Negli anni Pull my daisy raggiunse un successo critico indiscutibile dovuto essenzialmente al suo carattere libero e figlio dell’improvvisazione, sebbene Leslie e Frank rivelarono già nel corso negli anni ’60 come lo spirito che animava la riprese fosse in realtà preparato alla lettera in studio e discusso ampiamente nei giorni precedenti alla registrazione.
L’incontro tra tre poeti bohemien e un vescovo accompagnato da madre e sorella nella casa di un rispettabile ferroviere (il pittore e musicista Larry Rivers) ha come risultato una spirale comica e caotica di gag e domande “proibite”, sempre e comunque sconvenienti.
Ginsberg intrattiene il religioso con fare ingenuo e al vetriolo (Tutto è santo? La ragazza è santa? Il vetro è santo? La luce è santa? Il baseball è santo?) prima che le immagini del loft vengano squarciate da una strada: in primo piano la bandiera a stelle e strisce che copre il volto di un predicatore teso ad irretire un gruppo di donne (un’ideale terminale cinematografico della serie fotografica The Americans creata dallo stesso Frank).
Le riprese durarono sei settimane durante le quali Leslie cacciò Kerouac dal set per paura che causasse troppi danni oltre all’abituale dose di caos. Rimasero Ginsberg, Corso e Orlofsky a cui non parve vero di poter guadagnare qualche dollaro facendo i clown davanti ad una macchina da presa mentre Rivers inscenava l’ennesimo assolo al sax.
Una volta completato il girato e il montaggio Leslie tornò da Kerouac: gli mostrò l’opera per tre volte registrando le sue reazioni e le sue esclamazioni, oltre al previsto (e improvvisato) commento alla sequenza d’immagini.
La versione definitiva è frutto di un lavoro di sovrapposizione tra queste incisioni: le immagini sembrano inseguire le parole e viceversa, tutto pare carpito in una vorticosa presa diretta, voice over compresa.  
Mostrato sin dalla fine degli anni ’50 in coppia con un altro capolavoro del New American Cinema, Ombre (>>>) di John Cassavetes, Pull my daisy distrusse gli stereotipi del cinema classico annullando i tempi cinematografici in 26 minuti recitati da una voce esterna e sincopata, portando la realtà in primo piano e trasfigurandola.
La sua premiere l’11 novembre 1959 fu definita dal critico americano John Hoberman come la vera nascita del cinema Underground (“The Underground announced itself”): oggi a quasi cinquant’anni dalla sua realizzazione è divenuto molto più di un documento, di uno specchio su un’epoca e sulla Beat Generation. Fonte inesauribile d’ispirazione per centinaia di devoti filmmakers e aspiranti beatniks, Pull my daisy non smetterà mai di sconvolgere e incantare, di renderci complici della sua travolgente e inarginabile vitalità.

Bowman


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