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PICCOLI LADRI

(Iran 2004)
di M. Meshkini

Kabul è lo spettro di una città.
Bambini e adulti cercano qualcosa da vendere tra i rifiuti; anche un libro può bastare, magari per scaldarsi durante la notte, bruciandolo.
La capitale dell'Afghanistan odierno, diviso tra la nostalgia o il rancore per il regime Talebano e l'avversione perenne nei confronti degli "invasori" (americani, inglesi o russi ormai non conta più dopo un assedio durato quasi trent'anni), è un luogo di rancore, odio e comune mancanza d'umanità.
Ognuno nella miseria più totale si sente autorizzato a vivere per sé stesso e per nessun altro, se non per i membri della propria famiglia, l'unica possibile riserva di affetti.
Zahed e Gol-Gothi sono fratello e sorella, costretti dalla legge degli uomini e dalla legge di Dio a vivere senza i genitori: il padre imprigionato dagli americani perché mullah e combattente talebano, la madre incarcerata dagli afghani per adulterio (si risposò dopo cinque anni di assenza del primo marito, partito per la guerra, credendolo morto, per avere qualcuno vicino che potesse mantenere i propri figli).
Piccoli ladri racconta della disperazione palpabile di due bambini abbandonati al proprio destino in una città devastata dalla guerra, che cercano ogni notte di entrare in prigione per poter riposare accanto alla madre ed ogni giorno di convincere il padre a perdonarla, per evitarle la condanna a morte.
In entrambi in casi si scontrano con la cecità degli uomini che non vogliono perdonare né tantomeno capire: preferiscono eseguire, senza discutere, le imposizioni dettate dai sacerdoti o dai propri capi applicandole alla vita, senza pietà.
Non incontriamo mai loro padre, ne sentiamo solo echeggiare le volontà di uomo tradito, talmente assoggettato al culto da non vederne l'idiozia.
Zahed e Gol-Gothi, sempre più soli, escogitano un modo per poter raggiungere la madre: rubare e farsi arrestare, così da condividere la prigionia con lei. All'inizio la fortuna e in alcuni casi l'accondiscenza delle proprie vittime li aiuta a scampare la cattura che tanto desiderano…
Poi per essere certi di non farla franca decidono, su consiglio di un piccolo fuggitivo, di istruirsi guardando in un cinema semideserto Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, per capire cosa non fare in un tentativo di furto, in un impossibile incontro poetico tra realtà e finzione (in grado però di portare un sentimento vero, invariabile, in chiunque guardi).

Nel ribaltamento di prospettiva è possibile cogliere un rapporto strettissimo tra l'umiliazione della condanna e la necessità di fuggire da un mondo in rovina, in cui diventa proibitivo non solo vivere, ma addirittura pensare di poter sopravvivere.
La prigione nella mente dei due fratelli diviene un rifugio, un luogo dove ripararsi dal freddo terribile delle notti d'inverno e dove ricongiungersi finalmente con chi si ama.
Piccoli ladri si rapporta così direttamente con la matrice neorealista italiana, con quella povertà insuperabile che contraddistinse il nostro paese nel secondo dopoguerra e con le modalità stilistiche che furono in grado di trasformare la produzione cinematografica di quegli anni in impegno civile e denuncia sociale.
L'eredità spirituale di De Sica e Rossellini vive oggi nelle pellicole afghane e iraniane, nell'assenza di mezzi e nel volontario ascetismo stilistico, in una semplicità antica e forse dimenticata che torna oggi a raccontare la realtà con la stessa, immutata, forza.
Piccoli ladri nacque durante la lavorazione di Alle cinque della sera di Samira Makhmalbaf e trae linfa dall'esperienza diretta con la popolazione di Kabul, tra cui Marzyieh Meshkini scelse i suoi protagonisti per raccontare una storia il più possibile vicina alla loro esperienza.
Il manifesto richiamo al nostro neorealismo non indebolisce le necessità documentarische della pellicola, anzi aiuta l'opera ad essere inserita in un contesto più ampio e meno definito, alla ricerca di un contatto con l'occidente capace di nascere proprio dal rapporto tra le reciproche differenze culturali.
La regia dell'autrice iraniana è ridotta all'osso eppure
incredibilmente evocativa nelle invenzioni (il rogo scampato del piccolo cane, l'uomo che vive in un maggiolone volkswagen, il furto della testa di toro e le sue conseguenze) come nel dialogo tra passato e presente, realtà e mito (la solennità della porta della prigione, le candele lungo il corridoio della moschea, il fuoco notturno dei due piccoli sull'altopiano sopra Kabul).

Il furto di una bicicletta e la conseguente denuncia pubblica divengono così l'unica strada percorribile, anche a fronte di percosse, insulti ed inaspettati tentativi di linciaggio: tutto è sopportabile pur di ricongiungersi con la propria madre.
Ma anche questo tentativo non dà alcun risultato effettivo.
Una volta arrestato Zahed viene condotto in una prigione minorile, lontano dal carcere femminile. Si agita e batte i piedi (in una lunga straziante sequenza), ma non può nulla.
Gol-Gothi rimane per strada, tra la folla.
Anche se urla di essere una ladra, non viene arrestata.
La immagino sconvolta, per la prima volta sola e senza il fratello per le strade di Kabul. Quando rispunta accanto all'immutabile porta della prigione, chiede ancora di poter entrare.
Si autodefinisce senza timore "la sorella del ladro di biciclette."
La speranza non ha ancora smesso di illuminare i suoi occhi.

Bowman