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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
ONIBABA
(Jap 1964)
di K. Shindo con N. Otowa, J. Yoshimura
Onibaba ebbe critiche discordanti quando fu realizzato nel 1964: “colpa” soprattutto del film che lo precedette, il lirico e praticamente muto The Naked Island (premiato con il gran premio speciale della giuria al festival di Mosca del 1961) che portò le aspettative per la successiva opera dell’ex assistente alla regia di Mizoguchi ai massimi livelli. Shindo basandosi su una antica leggenda giapponese realizzò una pellicola di esemplare condanna alla guerra utilizzando come protagoniste due donne (suocera e nuora, l’inquietante Nobuko Otowa e l’avvenente Jitsuko Yoshimura) abbandonate a sé stesse e trasformatesi in killer di samurai perduti nella brughiera.
Le pulsioni della giovane per un disertore nascostosi nella boscaglia scatenano gli impulsi dell’anziana che s’appropria con l’astuzia (e l’omicidio…) di una maschera da demonio (indossata da un generale rimasto senza le proprie truppe) per terrorizzare la fanciulla.
La maschera d’altro canto ha un potere distruttivo enorme per chi la indossa e porterà la donna alla follia quando si renderà conto della deturpazione irreversibile in corso sul suo volto.
La regia gioca con erotismo e ambientazione medievale, esaltando i momenti di tensione del racconto grazie a frequenti ralenti e invenzioni luminose che rendono affascinanti e vagamente inquietanti apparizioni e movimenti, nuovo corso di una ricerca estetica che culminerà nel successivo Kuroneko (1968).
La deriva horror si afferma passo passo, nascosta dalla brutalità degli assalti ai samurai e dalla caduta delle loro carcasse spogliate di ogni avere in un buco apparentemente senza fondo, un sacrificio all’altare della sopravvivenza in tempi spietati e senza legge.
L’utilizzo di un bianco e nero estremamente curato nell’uso del chiaroscuro permette a Shindo una trasposizione che metta in primo piano la carnalità della sua protagonista, i cui sospiri notturni a seno nudo e le corse accompagnate da un vibrante sottofondo elettronico ed animalesco costituiscono il leit motiv audiovisivo della pellicola. L’uso del sonoro affiancato ai silenzi e agli ansimi dei protagonisti getta un ponte tra tradizione e contemporaneità sin dalle prime battute: le sperimentazioni jazz che aprono l’azione introducendo il primo assassinio sono sorprendenti se rapportate all’epoca in cui è ambientato il racconto, meno rispetto alle intenzioni dell’autore.
Nella messa in scena di Shindo avidità, violenza e depravazione si fondono con semplicità con i simboli cardine dell’intera vicenda: il profondo pozzo dove svaniscono i corpi dei soldati uccisi e derubati e la maschera capace di racchiudere in sé la trasfigurazione della condizione umana in tempo di guerra.
Poco importa alla fine del racconto se il suo potere sia davvero soprannaturale o piuttosto porti con sé il germe di una malattia infettiva (nella intenzioni di Shindo il richiamo a Hiroshima e Nagasaki è netto): alla devastazione morale se ne aggiunge una fisica di cui né la superstizione né la ragione riescono a dare spiegazione come conferma d’altronde il finale aperto e misterioso del film.
Bowman
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