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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
OMBRE
(USA 1962)
di J. Cassavetes con L. Goldoni, B. Carruthers, H. Hurd
"(Il cinema) insofferente del racconto, che chiude una storia
in tre dimensioni, vuole restituire la realtà nella sua essenza
di catena di accadimenti anche dissenati, talchè ne risulti
l'accidentalità e tuttavia la densità.
Cos'è Ombre se non la rivendicazione dei significati potenziali
dell'esistenza?"
Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 21 febbraio 1962.
Lelia, bellissima ed insicura, nonostante l'atteggiamento
provocatorio di una ragazza di vent'anni, nera dalla pelle bianca,
corteggiata ed ambita, in fondo infelice se non al contatto con
i propri fratelli.
Hugh, orgoglioso e superficialmente attaccabrighe, cantante al servizio
della famiglia, frustrato da un lavoro che lo vede comunque costretto
ad accettare compromessi per il colore della sua pelle, nonostante
possa dirsi più rispettato del suo popolo.
Rupe, il suo manager, non lo abbandona mai: cerca di farlo ragionare,
di assicurargli ingaggi, ma in fondo non fa altro che ingigantire
la sua delusione alimentando il sogno nascosto (irrealizzabile?)
di un successo europeo.
Ben, cane sciolto, perennemente con gli occhiali scuri, orbita a
fianco dei fratelli ma non riesce a sopire l'attrazione per il lato
selvaggio della strada, tra risse, alcool, donne, rock n roll e
jazz.
Su questi quattro personaggi John Cassavetes costruisce l'intreccio
narrativo di Ombre, basato sugli scontri e gli incontri tra caratterizzazioni
opposte accomunate dalla reazione nervosa, dalla manifestazione
carica di pathos dei propri sentimenti.
Ombre che si muovono sullo sfondo e sui palcoscenici bassi di New
York City, attraversate da una scarica elettrica (la stessa che
arriverà poi al corto circuito in Chelsea
Girls) ed in grado di svanire esattamente come sono arrivate,
cancellate dalla realtà superficiale di una metropoli troppo
grande per poterle soddisfare.
Rapporti umani alla berlina, senza alcun giudizio di tipo moralistico:
Cassavetes sembra interessato semplicemente ad emozionare lo spettatore
attraverso i primi piani e le sensazioni (forti, violente) dei suoi
protagonisti.
Ogni tentativo di ragionamento sulle rivelazioni psicologiche della
sceneggiatura decade di fronte all'ultimo titolo di coda di Ombre,
che annuncia come l'opera sia completamente frutto dell'improvvisazione:
a questo punto risulta chiaro come gli avvenimenti mostrati non
siano altro che un possibile sviluppo della realtà, registrati
su pellicola per raccontare ciò che il cinema hollywoodiano
irrimediabilmente ignora.
Il bianco e nero sporco di Ombre, girato con una 16 mm a mano, è
un vero e proprio schiaffo alle pellicole patinate prodotte nella
mecca del cinema californiana e ai suoi racconti rassicuranti e
a lieto fine, costruiti per regalare sogni di celluloide codificati
alla massa informe degli spettatori.
Cassavetes e il suo New American Cinema, influenzato in maniera
evidente dai primi esperimenti della Nouvelle Vague francese, alla
ricerca di un nuovo modello interpretativo e rappresentativo, padre
di una generazione di cineasti "fuori dagli schemi" che
irromperà sugli schermi solo nel decennio successivo e che
solo allora sarà in grado di mettere a frutto le provocazioni
(stilistiche e morali) di altri registi al limite come Warhol, Corman,
Bogdanovich.
Ombre diviene il rifiuto di un ordine precostituito, rigido ed accademico,
e allo stesso tempo la celebrazione del caos creativo, a legittimare
una verità aperta ad ogni intepretazione.
"Preferiamo film imperfetti ma vivi a film
falsi
Non vogliamo film rosei, ma del colore del sangue."
John Cassavetes.
Bowman
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