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OLIVER TWIST
(UK Fra Cec 2005)
di R. Polanski con B. Kingsley B. Clark

Il racconto inizia con un'incisione raffigurante un ragazzo, accompagnato da un uomo, tra gli alberi.
In fondo il principio è ben precedente, nella mente di Dickens venticinquenne, appena divenuto padre nella Londra di metà '800. La regina Vittoria da poco salita al trono, la rivoluzione industriale a dettare legge e migliaia di bambini sfruttati, strappati all'infanzia e trasformati in operai all'interno di strutture di stampo carcerario denominate fabbriche.
Il numero di indigenti in continuo aumento ed uno sviluppo che ancora non riusciva a garantire continuità di sostentamento alle famiglie dei lavoratori.
I campi, deserti ed abbandonati, a far da contraltare alle città brulicanti di esseri umani, senza diritti e costretti ad una strenua lotta per la sopravvivenza.
Le strade non asfaltate, il fango e la pioggia come compagni, i bassifondi come banchi di scuola.
Le condizioni disperate di buona parte della popolazione di fronte agli occhi di Dickens, la tranquilla disperazione inglese pronta ad essere consacrata in una dilagante forma mentale.Era il 1837.
Esattamente un secolo dopo, a Varsavia, in una città occupata e sottoposta alle leggi razziali un incredibile numero di famiglie ebree venne deportato nei campi di sterminio.
Gli adulti tentarono di metter in salvo i più piccoli, lasciando dietro di sé la speranza che una generazione di orfani obbligati riuscisse a sopravvivere nascondendosi nel ghetto, tra rallestramenti e violenze insensate, per poi ritornare alla vita.
Roman Polanski, all'età di nove anni, si ritrovò solo, in uno stato di totale abbandono: il padre rinchiuso a Mathausen, la madre a Auschwitz.
I suoi ricordi d'infanzia s'incrociano con quelli di Dickens (in carcere con la famiglia durante l'adolescenza e poi operaio schiavizzato in una fabbrica dell'Inghilterra vittoriana prima di affermarsi come autore) e si trasformano (per sua stessa ammissione) nei volti dei milioni di bambini sfruttati, ancora oggi, in qualsiasi parte del mondo.
Il parallelo corre alla Cina contemporanea, all'inarrestabile immigrazione dalle campagne e alle conseguenti miriadi di senza tetto, affamati ed in cerca di lavoro, che affollano le nuove metropoli asiatiche.
Polanski sfiora l'argomento, ammettendo sinceramente che le ragioni che l'hanno portato a dirigere una favola adulta ed attuale come Oliver Twist sono soprattutto da ricercarsi nel suo passato e nella volontà di rapportarsi ad un pubblico giovane, colpendolo al cuore senza utilizzare effetti speciali e scorciatoie tecnologiche, ribadendo la forza "naturale" del'immagine cinematografica.
Di conseguenza l'impianto narrativo costruito da Dickens è trasposto con la massima cura per mezzo di una ricerca del dettaglio che sfiora la perfezione nella riproposizione delle grigie atmosfere londinesi e nei totali della città, che ancora una volta lasciano senza fiato.
Ancora una volta perché già nel precedente Il pianista, Polanski aveva concepito la visioni della città come attimi di respiro all'interno di un racconto claustrofobico, contrapposti agli interni angusti e soffocanti in cui si svolgeva il centro dell'azione.
Proprio il rapporto tra il solare isolamento della campagna e dei sobborghi e la cupa realtà metropolitana permettono al regista di mantenere l'aspetto fiabesco di Oliver Twist, declinandolo come d'abitudine verso ambientazioni buie al più venate di un rosso umido e fiammeggiante.
Il viso di Oliver (Barney Clark) è perennemente corrucciato, innocente come solo un bambino (un orfano) può essere: dovrebbe imparare da quanto gli accade, ma al più riesce ad evitare le percosse con una timida riconoscenza.
La sua purezza sembra incontaminata, mentre attorno a lui ognuno sfoggia la propria disperata umanità che il più delle volte si traduce in opportunismo, cattiveria, cupidigia.
Il cuore del racconto si svolge nel rapporto con il capo dei piccoli ladri londinesi, il vecchio ebreo Fagin (Ben Kingsley) sfruttatore e al contempo degradata figura paterna per decine di fanciulli senza tetto: vittima e carnefice di un sistema che l'ha trasformato in un decrepito esiliato, schiavo dell'oro che crede in grado di garantirgli un tranquillo futuro che non arriverà mai.
Forgiato dalla strada e capace a sua volta di farsi garante e maestro di una imberbe nuova leva di ladri, prostitute e giocatori, legge ogni situazione in merito alla conseguente possibilità di guadagno, all'applicazione della legge del più forte a cui egli stesso è ferocemente sottoposto.
Fagin ha dimenticato la propria umanità ed i pochi gesti in apparenza gentili che ancora compie sono semplice moneta di scambio, il modo per ottenere riconoscenza ed in ultima analisi profitto.
Una logica che trova in lui una figura estremizzata e simbolica, testimonianza di una realtà non ancora scomparsa (ed anzi oggi forse più radicata e socialmente accettata) in cui ad una sempre più precoce perdita d'innocenza si sovrappone un marcato individualismo, pronto ad essere legittimato da qualsiasi azione possa far crescere il proprio interesse.
Oliver è l'ennesimo Fagin in potenza (esattamente come i suoi piccoli, in parte sconfitti, compagni di furto).
L'anziano ebreo se ne accorge e fa di tutto per renderlo suo servo (senza distinzione tra conscio o inconscio): incredibilmente sarà l'animo immacolato del piccolo a cercare la salvezza dell'adulto, anche quando quest'ultimo (ormai incapace di comprendere e scivolato nella completa follia), al termine del racconto, sarà condannato alla forca.
E' alla luce di questa conclusione, sospesa tra la morte di Fagin e la salvezza di Oliver, che le parole e le immagini di Polanski assumono una valenza che va al di là della trasposizione sin troppo classica del romanzo di Dickens.
Rivelandone la sconcertante attualità, a quasi due secoli dalla sua stesura, il regista polacco obbliga i suoi spettatori a riflettere su una realtà che credevano scomparsa, sopraffatti della sua sottile quanto determinante mutazione.


Bowman