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OLD BOY
(Kor 2004)
di Chan Wook Park con Choi Min Sik

Chan Wook Park e la vendetta.
Non un pensiero fisso, piuttosto una considerazione sul suo cinema: dopo Sympathy for mr. Vengeance e Old Boy si è reso conto di essere a 2/3 di una trilogia inconsapevole.
Toccherà a Sympathy for Lady Vengeance chiudere la serie, nata come detto per casualità e non per un progetto a lungo termine: mentre si accingeva a concludere quello che è divenuto il primo capitolo della serie, il regista è stato raggiunto da un'offerta del suo produttore per la trasposizione di un manga, Old Boy appunto, di cui Wook Park ha completamente stravolto il racconto (portando al successo il fumetto stesso e provocando la riconoscenza dell'autore Tschuiya Garon).
Convinto di avere un compito abbastanza semplice (come rileggere le tavole in funzione dello storyboard), ha invece preferito adattare la narrazione alle sue capacità creando un soggetto indipendente ed autonomo in confronto all'originale, rispettandone l'incipit (un uomo rapito apparentemente senza motivo, mantenuto in prigionia in una stanza per quindici anni e poi improvvisamente liberato) per poi riscrivere le motivazioni, le modalità e lo sviluppo della vicenda.
Oh Dae Su, questo il nome del protagonista, passa da una vita con una moglie, una figlia e qualche sbornia ad una reclusione forzata, in cui la vendetta si materializza come unica forma di sopravvivenza, il solo pensiero in grado di mantenerlo in vita e rafforzarlo oltre al rapporto platonico e univoco con un vecchio televisore che lo informa degli avvenimenti nel resto del mondo.
Interpretato splendidamente da Choi Min-sik, già ammirato in Ebbro di donne e di pittura dove ha dimostrato la sua capacità di reggere perfettamente un'intera pellicola sulle sue spalle diventandone motivo d'interesse aggiunto, Old Boy si nutre delle nevrosi del protagonista e delle sue esplosioni sadiche, giustificate in un certo qual modo dalla infinita segregazione e da una latente pazzia che affonda in una triste, ma realistica visione della realtà ("Ridi e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo.").
Il sorriso obbligato di Oh Dae Su arriva a specchiarsi nel suo autoritratto (il regista dice di essersi ispirato a Ensor), a divenire una maschera che poco a poco trasforma la sua personalità, tramutandola in quella di una bestia assetata di sangue (un mostro, come viene ridefinito… e cosa di dire di un uomo che mangia un polipo vivo di fronte alla macchina da presa?).
La forma del racconto cambia più e più volte, paranoicamente manipolata da Chan Wook Park, che tiene a ribadire come i passaggi avvenuti abbiano portato Oh Dae Su da una gabbia più piccola ad una più grande: la libertà non esiste e forse non è mai esistita, oppressa in un sistema che non conosce possibilità d'errore (o semplicemente le dimentica, perché non lo riguardano).
La strada per la vendetta incrocia numerosi colpi di scena, obbligando lo spettatore a ricontestualizzare continuamente quanto sta vedendo: la tensione emotiva (acuita da una rappresentazione della violenza particolarmente dolorosa) non conosce soste, mantenendosi elevata sino alla conclusione della pellicola.
E se la direzione è in alcuni casi sontuosa (il combattimento con l'orda dei carcerieri ripreso con un unico piano sequenza tramite un carrello laterale, il flashback nella scuola alla ricerca del passato vissuto in una sorta trance onirico, la cristallizzazione dell'attesa del dolore), non manca certo la ridefinizione morale e il tentativo di scalfire la granitica scala di valori della società sudcoreana (in modo completamente differente dal connazionale Kim Ki-duk, ma con risultati altrettanto efficaci).
Old Boy è l'ennesima affermazione di vitalità del cinema asiatico nei confronti di produzioni occidentali sempre più stanche, inefficaci ed incapaci di sorprendere.
In questo caso la fusione di un racconto fondato sulla sensibilità orientale con una forma esteticamente vicina alla "perfezione" statunitense, permette la nascita di un'opera a sé stante, perfetto esempio di contaminazione cinematografica in grado di mantenere il giusto distacco tra ricerca stilistica e definizione dei personaggi.
Old Boy è stato premiato con il Gran Premio della Giuria a Cannes nel 2004, presidente Quentin Tarantino (che commentò "Il film che avrei voluto fare") ed è riuscito a divenire campione d'incassi in patria, nonostante gli interventi della censura e la difficoltà di un soggetto capace di ribaltare ogni pregiudizio moralistico.

"Ho voluto dimostrare come la vendetta possa essere qualcosa di inutile, a volta gratuita, da ignoranti.
E che tutta l'energia investita per portarla a termine è completamente sprecata."
Chan Wook Park, 2005.


Bowman