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NOVECENTO

(Ita 1976)
di B. Bertolucci con R. De Niro G. Depardieu

Novecento: cinque ore costruite su un'idea (un idelologia?) che rappresentasse nel modo più veritiero e realistico oltre che simbolico il passaggio e il cambiamento dei valori italiani nella prima metà del secolo scorso. Ambientato in Emilia Romagna dove le spinte rivoluzionarie proletarie e contadine erano più forti che in altri luoghi d'Italia, mostra attraverso la crescita del rapporto e la vita di due amici il deteriorarsi delle relazioni tra contadini e famiglie padronali: i primi rappresentati da un gioviale e risoluto Gerard Depardieu, i secondi da un altalenante Robert De Niro.
Lo spazio temporale rappresentato dura circa 50 anni, con un'appendice spostata ancora più in là, nella vecchiaia avanzata dei due protagonisti. Una citazione dovuta tra gli attori a Donald Sutherland, perfetto nel ruolo di capogruppo fascista, la miglior interpretazione del film. L'imponenza del racconto e la sua qualità impediscono un'analisi sistematica, la lunghezza dilata l'attenzione sebbene il coinvolgimento rimanga alto per tutta la durata della pellicola. Proprio questa volontà di catapultare chi guarda nell'atmosfera della provincia italiana, delle lotte di potere e dell'oppressione del socialismo nascente impediscono una decisa presa di posizione dello spettatore, che si scopre completamente guidato da Bertolucci nei meandri psicologici dei singoli personaggi.
Il cast svolge un ruolo fondamentale, soprattutto nelle figure di contorno e nelle comparse scelte tra i contadini del luogo, vera e propria coscienza popolare di Novecento: questi personaggi/ non attori immettono perfettamente i protagonisti nella realtà storica rappresentata. Ogni volta che prendono la parola o che fanno sentire la propria voce la rappresentazione diviene spontanea: il "coro" della tragedia messo in rilievo rispetto ai rapporti d'amore/odio della narrazione.
L'opera di Bertolucci è gigantesca, le sue volontà restituite attraverso movimenti di macchina a tratti spettacolari a tratti intimisti e sofferti così vicini ad un grande e classico affresco storico da distanziarsi nettamente dalle prove precedenti influenzate con decisione dai fervori incendiari dal cinema moderno.
Il regista realizzò un vero e proprio manifesto stilistico riscoprendo le proprie radici realiste in modo sontuoso: nonostante l'indubbia eccezionalità del materiale girato gli studios americani che lo produssero non gradirono... per usare le parole dello stesso Bertolucci Hollywood era terrorizzata dal fatto di aver finanzianto un kolossal sulla nascita del Partito Comunista Italiano.
Un particolare importante che caratterizza tutto Novecento oltre che la relazione tra i due protagonisti principali è la presenza di un diffuso senso di amore carnale, per la terra e per il sesso. Non un piacere decadente (se non nell'excursus nella bella vita di De Niro), ma una ricerca del sesso come manifestazione dell'essere, come bisogno insopprimibile, comprese le declinazioni più animalesche e violente, sdoganate dal machismo in camicia nera. Una carnalità destinata a mutare profondamente di fronte ad un'epoca destinata a scomparire nella rovinosa caduta delle proprie tradizioni secolari.
L'uguaglianza e le utopie di un consociativismo diffuso, apparse come possibilità reali alla fine della guerra e della dittatura fascista, sono le costanti di un film consapevole politicamente della propria potenza visiva e narrativa sin dalle prime inquadrature annunciate profeticamente dall'uso nei titoli di testa de Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.
L'auspicio di una presa di coscienza anti-padronale e anti-borghese si concretizza nel giorno della liberazione: Bertolucci superò sè stesso nel ricreare un mondo capace di restituire l'atmosfera terribile e piena di speranza di un'epoca in cui dinamiche sociali dolorose e date per consolidate furono finalmente annientate.

Bowman