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NO COUNTRY FOR OLD MEN / NON E' UN PAESE PER VECCHI
(USA 2008)
di E. e J. Coen con T. L. Jones, J. Bardem, J. Brolin
Se qualcuno dovesse trovare una borsa piena zeppa di soldi probabilmente no, non la porterebbe alla polizia.
Scapperebbe il più lontano possibile.
Alle sue spalle nella maggior parte dei casi si ritroverebbe due tipologie di inseguitori: i “legittimi” proprietari e gli uomini dello stato pagati per recuperare la refurtiva, qualunque essa sia.
I pericoli come logico immaginare arriverebbero soprattutto da chi rivendica il denaro per sé.
Per questi motivi un cowboy da roulotte (Llewelyn Moss-Josh Brolin) se mai dovesse inciampare in un massacro di messicani nel mezzo del deserto texano dovuto ad una partita di droga avrebbe un solo imperativo da seguire: chiudere gli occhi e fuggire via.
La ricerca del Jackpot però è troppo forte: la valigia colma di dollari aspetta vicino ad un albero accanto ad un malavitoso morente, nessuno tranne Llewelyn è nei paraggi.
Più facile di così…
L’incipit di No country for old men è quanto di più classico si possa immaginare, aurea mortale compresa: un fazzoletto di terra arida cosparso di cadaveri ed un killer folle e spietato sin dalle prime battute (Chigurh – Javier Bardem).
Il cinema di Ethan e Joel Coen ed il romanzo di Todd McCarthy da cui è tratta la loro ultima pellicola paiono una cosa sola, l’associazione è spontanea sin dalla lettura della trama del libro: una descrizione secca e introspettiva del cambiamento della frontiera americana all’inizio degli anni ’80 in grado di dimostrarsi il terreno ideale per rinverdire i fasti della produzione del duo, arenatasi dopo gli elogi unanimi ricevuti da L’uomo che non c’era (2001).
Lo stile dei Coen per No country for old men mantiene le proprie peculiarità narrative, arricchendosi di rigore e tensione, non solo per la qualità formale del girato, ma anche e soprattutto per l’asciuttezza delle sequenze d’azione (la fuga notturna di Llewelyn dal luogo del delitto in primis ed in fondo ogni sequenza che contrappone il fuggiasco al suo psicotico inseguitore, anche a distanza…).
La caccia di Chigurh e la fuga di Moss vengono raccontate come storie parallele con un unico obbiettivo comune, il denaro.
La determinazione di entrambi nel credere al successo delle proprie azioni è ammirevole quanto disperata. Quando all’inseguimento si sostituisce lo scontro la pellicola vive momenti rarefatti: la pazzia di Chigurh pare arginata dal silenzio che lo accompagna, rotto solo dai suoi passi e dalle esplosioni.
Una pace superficiale e muta che inquadratura dopo inquadratura segna il film, non solo attraverso un’incessante serie di morti violente quanto piuttosto nel restituire una vuota incomprensione nei confronti di quanto sta accadendo.
Un’assenza di parole quasi obbligata di fronte ad un escalation di violenza improvvisa: la frontiera impegnata a ripercorrere gli anni del selvaggio west in un regolamento di conti infinito di cui la cittadinanza è semplice spettatrice o nel peggiore dei casi vittima.
Tutto questo sbigottimento si concentra nella figura di chi a queste cose dovrebbe esserci abituato da tempo, lo sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones). Un ranger sulla via della pensione annichilito di fronte a tanto orrore, costretto in un’accettazione del fato totale e sempre più incredula.
Ultimo rappresentante cosciente di un popolo di droghieri, cassiere, tenutarie di motel talmente anestetizzati e lontani da quanto sta accadendo a solo pochi metri da loro da non poter nemmeno provare a comprenderlo.
La pellicola dei Coen crea un ritratto del cuore della vecchia America descritto in profondità - soprattutto grazie all’opera di McCarthy - anche quando viene delineato con pochi, indelicati, accenni.
No country for old men lascia che sia la realtà in cui si sviluppa il racconto a rubare la scena al motivo narrante, facendolo apparire come un’iperbolica allegoria dell’arrivo di una nuova violenza (commercio di droga e immigrazione legate a doppio filo ad un crescente e sempre più remunerativo consumo di massa degli stupefacenti). Se l’inversione di prospettiva non si realizza completamente gran parte del merito (o della colpa…) va all’interpretazione di Javier Bardem e al suo ruolo, diabolico e onnipotente, di assassino nato dotato di propria personalissima morale. La caccia per quanto scontato ne risulti l’esito si rinvigorisce nella sua follia, relegando le parole di Tommy Lee Jones in un limbo atemporale e malinconicamente destinato a scomparire.
Anche la fiducia nel destino ormai - sembra dire nelle ultime inquadrature lo sceriffo Tom Bell - si può trovare solo in sogno.
Bowman
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