visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS

LO SQUALO

(USA 1977)
di S. Spielberg

Vedo i bagnanti in acqua. Sollecitati ad entrare da un pauroso personaggio in vista della comunità balneare, a sua volta pregato dal sindaco in persona di dare il buon esempio.
Il bisogno di qualcuno che invogli la gente a nuotare o a giocare in mare nasce da un'unica e preoccupante questione: a quanto pare l'isola di Amity Island è attorniata da squali. Non si sa quanti siano e nemmeno che dimensioni abbiano, di certo ci sono due morti.
Ma nella migliore tradizione U.S.A., lo spettacolo deve continuare: Amity non può certo rischiare i clienti nel solo periodo favorevole dell'anno, deve salvaguardare la propria economia.
A questo punto, penso, ve la state cercando.
Non aspetto altro che vedere entrare in azione lo squalo, con le fauci bene aperte: non potete essere così stupidi da dimenticare le morti di quei giorni e agitarvi felicemente in acqua.
Non potete ignorare quanto successo perché vi propagandano un'altra verità, quella sembra valida del collasso economico e della crisi, lo spauracchio della povertà.
Ci sono già i poveri in spiaggia, non siamo a Los Angeles dove in presenza delle telecamere si materializzano i sogni: qui siamo ad Amity Island, sommersi dal cattivo gusto inconsapevole.
Così quando vedo delle gambe muoversi lentamente da una ripresa subacquea aspetto solo un attacco che colori l'acqua di rosso.

Spielberg ne Lo Squalo fa quello che sa fare meglio: inventarsi dal nulla un successo mondiale, da cui trarre un'infinità di episodi che lascerà a colleghi più giovani, ansiosi di tentare la fortuna dei sequel.
Così nel film troviamo una serie di marchi di fabbrica che contraddistingueranno l'opera del regista statunitense: una visione sana e senza principi critici dell'universo americano, ritratto e glorificato giusto per come appare e una straordinaria capacità tecnica che con il passare degli anni diventerà completo controllo del mezzo cinematografico.
Le riflessioni più interessanti di Spielberg sono rivolte al mezzo che utilizza per esprimersi, alle influenze esterne (prima fra tutte quella fumettistica), alla composizione totale di un prodotto cinematografico, dall'ideazione alla post-produzione.
Per il contenuto invece, meglio lasciare perdere: non che non ci sia, anzi. Solo tende ad essere l'esatto corrispettivo di quello che si aspetta il pubblico: il talento registico tramutato in fiuto commerciale.
In effetti al botteghino Spielberg non sbaglia un colpo. In questo caso costruisce una macchina perfetta, diventata immediatamente cult.
Sorretto da buone interpretazioni in parti che non vanno al di là della caratterizzazione (pensiamo all'oceanologo o al cacciatore di squali, vero e proprio crogiolo di stereotipi), al di fuori del ruolo del protagonista "a tutto campo" Roy Scheider, il film vive della presenza dello squalo, unico e dichiarato motore della vicenda.
L'attesa del suo arrivo e le sue rare e rapidissime inquadrature prestano fede alla teoria che il pericolo è sempre più temuto quando rimane fuori campo: Spielberg lascia che la paura ci assalga nei lunghi momenti in cui le riprese eseguite sott'acqua ci mostrano solo il corpo dei personaggi.
Vorremmo guardarci attorno, renderci conto dell'effettività del pericolo, essere insomma in grado di controllare la situazione: siamo invece vulnerabili agli attacchi, pronti a cadere nella trappola creata dalla suspance.

Bowman