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LA STRATEGIA DEL RAGNO
(Ita 1970)
di B. Bertolucci con G. Brogi A. Valli
“…fu ucciso in un teatro, ma di teatro gli servì anche l’intera città, e gli attori furono legione, e il dramma coronato dalla sua morte occupò molti giorni e molte notti”
Jorge Luis Borges – Tema del Traditore e dell’Eroe
Poco prima del successo internazionale de Il Conformista nel 1970 Bernardo Bertolucci girò un film tv con budget ridotto prodotto dalla Rai ed ispirato al racconto Tema del Traditore e dell’Eroe di Jorge Luis Borges: le pagine dell’autore argentino trasmigrarono senza colpo ferire dall’Irlanda alla Pianura Padana e la splendida Sabbioneta divenne l’immaginaria Tara (la stessa di Via col vento…) dove il nostro protagonista, il giovane Athos Magnani (Giulio Brogi), si reca in visita sulle tracce dell’omonimo padre scomparso. Sparito non nel nulla, ma in un attentato fascista alle soglie della Liberazione: lui simbolo dei rivoltosi sin da quando, sahariana e fazzoletto rosso al collo, si mise a ballare Giovinezza in faccia alle camice nere come fosse una mazurka.
Il suo ricordo è ovunque. Statue, piazze, monumenti, associazioni.
La somiglianza con il figlio sconvolgente quasi quanto gli sviluppi dell’indagine di quest’ultimo. Bertolucci traveste La strategia del ragno da thriller solo per motivi narrativi: sin dal proprio arrivo il giovane Athos si trova perso in un labirinto senza uscita o per dirla con il titolo del film in una ragnatela appiccicosa e inestricabile di mezze frasi e convenzioni. La regia gioca continuamente con la percezione dello spettatore inventando una realtà doppia utilizzando composizione sceniche che rimandano in primis a Magritte (ma anche a Rousseau e Ligabue): luce e buio a fronteggiarsi, mai a superarsi. I confini labili tra traditore e eroe si miscelano così perfettamente da risultare impercettibili.
Solo le tracce lasciate in bella vista creano un sentiero d’accesso, troppo letterario per essere causale: la riproposizione mitica degli avvenimenti del Macbeth e del Giulio Cesare per fissare l’evento nella memoria popolare, anzi addirittura per fondarne una e incentivarne un’insurrezione rivoltosa.
Nata come un tentativo di assassinare Mussolini duranta la sua visita al teatro di Tara per una rappresentazione del Rigoletto, l’azione delittuosa viene prima svelata e poi indirizzata ad una nuova vittima: una trama ordita nei minimi particolari dall’eroe per rendere immortale e significativa la propria memoria, al di là del tradimento (in forma anonima) di un attentato irrealizzabile.
Così ogni avvenimento vive di una doppia realtà indivisibile esaltata dalle scelte registiche di Bertolucci: lo stesso attore per i ruoli di Athos Magnani padre e figlio, i volti immutabili degli amici, il passato che s’inserisce continuamente e senza essere annunciato nel presente, blocchi di memoria o ricordi artefatti pronti ad essere portati in superficie, ma mai approfonditi. Indizi disseminati qua e là a dare incertezze (la chiusura nella stalla, il pugno in faccia al risveglio, l’abbandono controllato dell’amante del padre – Draifa, da Dreyfus, un’Alida Valli al limite della follia – la sessualità indefinibile di animali e ragazzini, i silenzi dell’ex gerarca fascista, la cattura del leone, il marinaio…) ripresi in un tripudio di piani sequenza e carrelli in aperta polemica con il media televisivo a cui era destinata la pellicola. Ed un finale che rimanda alla dimensione mentale del racconto, alla riflessione sulla verità storica e la sua importanza, al tacere di Athos nei confronti della codardia travestita da coraggio (o viceversa) del padre, alla dualità che l’attraversa e gli fa decidere di mantenere sotto silenzio ogni sua scoperta, nella speranza che un treno lo allontani il più velocemente possibile da Tara.
Anche se le rotaie spariscono nell’erba alta e abbandonata a sé stessa della Storia.
Bowman
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