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LAST DAYS
(USA 2005)
di G. Van Sant con M. Pitt
Un ragazzo biondo si aggira per un bosco con un'andatura incerta,
biascicando.
Indossa dei pantaloni senza forma ed una maglietta, in origine bianca,
oggi completamente sporca.
Arriva vicino ad uno specchio d'acqua
Si china per rinfrescarsi, bagnandosi il volto.
Delle taniche vuote galleggiano vicino a lui.
Si toglie i vestiti, rimanendo in boxer. Poi si tuffa.
Nuota per raggiungere l'altra sponda.
Una volta arrivato, si volta a guardare il punto da cui è
partito.
In piedi, di spalle ma ben in vista rispetto al nostro punto di
vista privilegiato e nascosto, piscia nella stessa acqua in cui
ha nuotato, nella stessa in cui ancora si sta bagnando.
Inizia così Last Days di Gus Van Sant presentato
in concorso al Festival di Cannes 2005 ed ispirato agli ultimi giorni
di vita di Kurt Cobain. Ancora una volta Van Sant prende spunto
da un fatto di cronaca (nera) per poi sviscerarlo e adattarlo, nel
tentativo di ritrarre in modo personale (e oggettivo, anche se pare
assurdo) le ultime ore prima del suicidio della rockstar che viene
identificata con la generazione cresciuta negli anni '90.
La difficoltà è soprattutto questa, perché
chiunque ormai conosce la storia di Kurt, il suo volto ed il suo
dolore.
L'identificazione con la figura di Cobain all'apparenza non è
per nulla naturale. Il viso teso, sofferente e il sorriso sprezzante
pronto a tramutarsi in pianto. La violenza e la rabbia espresse
in musica, il rifiuto verso i canoni commerciali e i doveri dello
show business.
Il peso di dover parlare per una generazione.
Un obbligo trasmesso da media, manager, fans che avevano trovato
nella sua immagine e nel suo successo il simulacro perfetto per
il loro disincanto, per la loro tristezza.
Kurt era tutto quello che volevano essere, all'eccesso. La stessa
voglia di autodistruzione ed annullamento, il medesimo desiderio
di cancellare sé stessi e non esistere.
Micheal Pitt è stato scelto come protagonista
e si è trasformato per qualche giorno in un disperato, ritratto
su pellicola mentre cucina quanto trova nel frigorifero (riso o
cereali non importa), si aggira sporco e senza posa per boschi e
le stanze vuote di un cottage fatiscente abbandonato a sé
stesso, imbracciando un fucile.
Lo vediamo indossare abiti femminili, una logora giacca a vento
con cappuccio, una maglia a righe, degli occhiali da sole, degli
anfibi.
Pitt cerca di dimenticare la grazia per diventare Kurt o meglio
Blake, il nome fittizio del suo personaggio.
Si muove per casa sfruttando il sonno altrui, non risponde alle
domande, formula frasi sconnesse di cui sono comprensibili solo
alcune parole. Soffre. Cade. Sviene.
Prova a fuggire ogni volta che viene cercato.
Non vuole più vivere.
Compone dei pezzi nel piccolo studio di registrazione, suona ogni
strumento, crea un crescendo violento e drammatico, urla con forza
dopo aver completamente distorto le note della sua chitarra e aver
percosso la batteria alla ricerca di un ritmo selvaggio e claudicante.
La macchina da presa si allontana molto lentamente mentre Blake
cammina nella stanza tra uno strumento e l'altro: lo lascia solo
con sé stesso, abbandonato ai suoi istinti.
E' questa l'oggettività, il distacco con cui
Van Sant narra Last Days. Spia il suo protagonista senza mai farsi
notare.
Lo osserva nella sua solitudine, nel rifiuto del confronto e della
conversazione. Perché in fondo avrebbe dovuto comportarsi
diversamente?
Uno sguardo lontano su una figura bionda, frequentemente inquadrata
con i capelli davanti al volto o di spalle, quasi a suggerire un'identificazione
puramente estetica con i modi e la naturalezza dei gesti di Kurt.
Il rigore formale con cui Van Sant affronta il film è encomiabile:
uno stile secco, asciutto in grado di scivolare in lievi mutamenti
spazio temporali, in ricomposizioni del racconto che completano
la figura anche quando non è al centro della scena, ma in
un'altra stanza, in un altro mondo.
Venus in furs e i Velvet Underground padri putativi dei Nirvana
e di tutta la scena alternativa (passata, presente e futura), ad
accompagnare simbolicamente e con dolente sforzo il vuoto di quei
giorni.
Un lento abbandono, un trapasso che si consuma ora dopo ora svanito
in una memoria che ha smesso di funzionare.
Gus Van Sant costruisce il film su questa sensazioni, sul ritratto
di un ragazzo allo sbando, senza volontà se non quella di
non vivere.
Lo fa cercando i colori della terra in autunno, rivelando la sporcizia
e muovendo impercettibilmente la macchina da presa, quasi si avvertisse
un sospiro, un alito di vento nel silenzio che accompagna i movimenti
di Blake.
Un canto d'uccelli, il crepitio del fuoco che accompagna la sua
voce, lo scorrere dell'acqua, le note di una chitarra acustica a
cui lui stesso strappa una corda mentre ancora la sta suonando,
il suo mormorio mentre scrive su un diario consunto con la sigaretta
accesa, consumata tra le dita.
Blake torna ad aggirarsi per i boschi, di notte, scomparendo
più volte nel buio.
Arriva in città, lo notiamo vagare su una strada asfaltata,
entrare in un locale, ascoltare le poche parole senza senso che
un conoscente gli dice, in un vano tentativo d'aiuto.
Uscito di lì, torna tra gli alberi vicino al cottage prima
di rintanarsi nel capanno in giardino.
Le persone che ospitava se ne vanno, in pieno buio, dimenticandosi
di lui: cosa non molto difficile visto il rifiuto, la barriera che
ormai era cresciuta tra loro.
Fuggono, inconsapevoli e senza colpe.
Il ragazzo biondo rimane seduto, in testa un'assurda composizione
sonora che unisce echi e suoni naturali, riverberi e voci registrate,
rumor bianco.
Un'inquadratura fissa sul suo volto.
Il giorno seguente, di mattina, un giardiniere scopre il suo corpo,
disteso, senza vita.
Bowman
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