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LA GRANDE ABBUFFATA

(Ita 1973)
di M. Ferreri con U. Tognazzi M. Mastroianni M. Piccoli P. Noiret

Un cuoco, un pilota d'aerei, un manager televisivo e un giudice: quattro carriere avviate, posizioni professionali consolidate e economicamente più che soddisfacenti, famiglie e affetti compresi. Questa l'apparenza.
Sconfessata dalla decisione di voler morire semplicemente mangiando: una volontà lucida, messa in atto quasi senza ripensamenti. Il cibo come ossessione e simbolo di una classe borghese che si specchia nei nuovi "valori" del consumismo senza remore, cercando in essi un modo di riempire il proprio vuoto interiore.
Sino alla considerazione di voler morire abbuffandosi, scoppiando ingurgitando sino all'impossibile, accelerando i processi vitali in un'ultima tristissima fiammata.
Ferreri ispirandosi ad una propria pantagruelica cena decise di mettere in atto questa sceneggiatura grottesca e feroce prendendo come protagonisti i rappresentati del nuovo potere o meglio della nuova ricchezza, dei profeti del lusso (e della lussuria): scelta resa eccezionale dal cast di attori protagonisti, gli impagabili Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Michel Piccoli e Philippe Noiret.
Ognuno di loro è straordinario nella propria caratterizzazione, riuscendo nel mettere in risalto il lato involontariamente comico e paradossale del proprio personaggio: Ugo è un cuoco perfetto, gretto e insaziabile; Marcello è l'archetipo del pilota-playboy, ormai in declino, ossessionato dalle proprie prestazioni sessuali; Michel uno stravagante operatore dei media, provato dall'aerofagia e dalla passione per la danza; Philippe un giudice distrutto dalla propria infanzia, un incapace bambino viziato affetto da sensi di colpa.
Quattro dimensioni a confronto, unite dall'obbiettivo di una morte comune, accolta come fosse ormai inevitabile mentre il loro piccolo microcosmo diventa sempre più malato e sordido.
A completarlo una giovane e corpulenta maestra capitata casualmente nella casa assieme a tre prostitute volute da Marcello per "rallegrare" la dipartita: diventerà l'insaziabile sacerdotessa del rito funebre, pronta a soddisfare il desiderio sessuale di ognuno, anche se divenuta dopo poco "promessa sposa" del povero giudice.
La grande abbuffata sfonda i limiti del buon gusto mostrando una realtà impossibile da concepire, intollerabile nel suo spreco e nella sua consapevole volontà di annullamento.
Il film di Ferreri è denso di situazioni imbarazzanti, ogni risata copre la profonda tristezza di ognuno dei protagonisti: costituisce virtualmente l'altra faccia della medaglia della serie di cene non consumate de Il fascino discreto della borghesia di Luis Bunuel.
La vicinanza cronologica delle due opere (hanno solo un anno di differenza) entrambe ambientate in Francia sembra confermare l'ipotesi di un comune sentimento da parte di Bunuel e Ferreri verso la borghesia, espresso ovviamente attraverso sensibilità molto diverse.
I rimandi onirici e rivelatori di Bunuel scompaiono in Ferreri per trasformarsi in soggetti iper reali, fortemente legati al materialismo e alla veridicità delle cose: i protagonisti de La grande abbuffata hanno realmente preso coscienza di sé stessi decidendo di conseguenza di porre fine alla propria esistenza, fermando così l'infiinita camminata verso il nulla che costituiva il leit motiv de Il fascino discreto della borghesia.
Consumando in un'unica occasione tutto quello che di volta in volta era stato solo rimandato.
Ferreri, firma un film sgradevole e provocatoriamente contro, premiato dalla critica come miglior regia al festival di Cannes 1973, esprimendo ancora una volta in maniera graffiante l'insoddisfazione umana: questa volta però non esiste una fuga utopica verso un'ipotetico mondo migliore come in Dillinger è morto, ne La grande abbuffata i sogni sembrano morti e sepolti, ormai troppo impegnativi per essere inseguiti o addirittura realizzati.

Bowman