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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
LA CIUDAD
(USA 1999)
di D. Riker
Esiste un'inarrivabile circuito di primo livello,
una sorta di entità sovranazionale identificabile come la
sfera decisionale dell'intero Occidente.
Un organismo in grado d'imporre continuamente nuovi trend di mercato
(conseguente risultato del saccheggio di ogni idea appena sfruttabile
apparsa sul pianeta terra) basati su invariabili leggi di marketing
in grado di regolare il nostro beneamato sistema di vita.
Un gigantesco spot che da più di cinquant'anni promette ricchezza,
felicità, salute, benessere e non ultima sicurezza ai suoi
cittadini. Come non volere far parte di un'organizzazione tanto
perfetta?
In fondo basta farsi irretire dalle carezze dello shopping e dimenticare
tutto il resto.
Intorpidirsi, addormentarsi, morire.
Dall'altra parte, dalla parte di chi vuole a tutti i costi entrare
è difficile comprendere.
Spiegare per l'ennesima volta che nulla è ciò che
sembra, raccontando che i bisogni non sono considerati tali se non
analizzati da anonime società statistiche capaci di trasformare
una minoranza etnica in una nicchia di mercato.
Impossibile svelare il cinismo della logica aziendale, il darwinismo
applicato dell'economia e tantomeno i motivi della falsità,
della corruzione e dell'indifferenza.
Cercano un'immagine, un'istantanea che fissi la loro vita in un'inattaccabile
Eden.
Vivono dei nostri scarti, subendo con anni di distanza l'impatto
del consumismo e dei suoi inappagati desideri.
Non esistono perché cancellati, relegati in ghetti che nessuna
osa chiamare tali, invisibili nella loro presenza ai margini della
nostra esistenza.
Per cinque anni Riker ha ripreso la vita ai confini dell'Impero,
dal 1992 al 1997.
L'ha registrata su pellicola, unendo quattro differenti storie paradigmatiche
della condizione di bambini, uomini, donne, amanti, anziani.
Amplificando il senso di perdita e denunciando l'impossibilità
di vivere con dignità, lo sfruttamento, la fame.
Utilizzando attori non professionisti, immigrati a cui è
stato chiesto di rappresentare la realtà che incontrano ogni
giorno.
Sono gli occhi a parlare e non la recitazione, i volti a dire molto
più delle parole.
La Ciudad ripropone la lezione estetica e morale del neorealismo,
riscoprendo il bianco e nero e sostenendolo con un montaggio secco,
violento nella sua alternanza d'immagini fisse, private dei movimenti
di macchina.
Solo da lontano la città inizia a prendere forma, avvolta
dal fumo delle fabbriche e dalla bruma mattutina.
Sembra paralizzarsi solo di notte, zittita in un silenzio paradossale.
Potrebbe essere ovunque.
E' New York.
Bowman
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