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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
KILL BILL VOL.2
(USA 2004)
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Prodotto da: Lawrence Bender, Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Scenografie: Yohei Taneda, David Wasco
Montaggio: Sally Menke
Costumi: Kumiko Ogawa
Musiche: Ennio Morricone, RZA, Lars Ulrich
Produzione: Miramax, A Band Apart, Production, I.G., Super Cool
ManChu
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 110'
PERSONAGGI ED INTERPRETI:
Beatrix: Uma Thurman
Bill: David Carradine
Elle Driver: Daryl Hannah
Budd: Michael Madsen
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Anni '40. Anni '50. La strada non c'è,
l'auto fila via veloce, utopica su un sentiero costruito in studio.
Lo sguardo della diva si posa dappertutto, ma ineffabilmente sei
costretto a pensare che ti stia guardando. Che ci sia tu dall'altra
parte del parabrezza, che stia correndo con il foulard al vento
per raggiungerti.
Magia del bianco e nero, in grado di trasformare il deserto sempre
uguale a sé stesso in un magnifico sfondo per un massacro,
già mostrato con il sangue nero sui denti immacolati.
Esplosioni assortite, mentre una donna in bianco parla ad un uomo.
Non è solo un uomo, è padre, amante e figlio (una
nuova trinità), ma soprattutto è un killer a caccia
di chi l'ha tradito. La sua parabola si specchia nella donna che
ha di fronte: sposa, amante, madre, ma soprattutto killer (qui il
racconto di Mr. Arkadin non avrebbe fatto una piega, non si sfugge
alla propria natura nemmeno se uno scorpione chiede un passaggio
ad un suo simile).
Si fronteggiano, lui mente sapendo di mentire, più rettile
che umano.
Riparte così Kill Bill dopo la pioggia battente
di emozioni e movimenti che ha contraddistinto il volume 1: è
servito a creare uno shock nel pubblico, ad immaginare che la distruzione
del cinema contemporaneo potesse passare solo attraverso i crudeli
e gaudenti pastiche tarantiniani.
Così mentre attendiamo un nuovo caleidoscopio di sangue animato
da una sposa in tuta gialla, ci accorgiamo con il passare dei minuti
che non arriverà mai perché (molto semplicemente)è
già arrivato, divenuto icona sin dalla sua prima presentazione
sullo schermo: era solo l'amo, anche se abbiamo abboccato tutti
(o quasi).
Gli 88 folli sono già affidati al mito post-pulp, riesumati
giustamente per i titoli di coda di un film che sembrava dovesse
essere una collezione di cartoline dal mondo cinematografico.
Il ricercatore in questione non si è certo fermato, ha continuato
con applicazione a collezionare i santini di Fulci e Bava, della
passata lezione del Kung Fu e di ogni altra arte marziale compreso
il western (e ancor di più del cinema che ha inventato e
re-inventato i generi di cui Tarantino si è innamorato).
Ha deciso di inserire figure in grado di demolire la credibilità
della sua opera solo per il piacere di farlo (dal maestro cinese
dalla lunga e tormentata barba bianca al proprietario cocainomane
di un locale dimenticato nel nulla) creando ancora una volta degli
archetipi, che i mortali dipendenti del dio denaro saccheggeranno
nei prossimi anni.
Invece che accelerare la fase finale inserendola in
un pirotecnico fuoco d'artificio splatter, Tarantino rallenta ad
arte, trova l'attimo per far guardare i suoi personaggi dentro sé
stessi, per cancellare l'inevitabilità della vendetta.
Vorremmo dimenticarcene dopo le fatiche di Beatrix (si chiama così
in realtà The Bride, la sposa di cui il nome è stato
taciuto e coperto dai bip per ¾ della lunghezza dell'opera)
per raggiungere il suo obbiettivo, potremmo lasciarci andare ad
un happy end criminale.
Per un attimo accarezziamo l'idea, per un attimo ci dimentichiamo
degli insegnamenti ricevuti: mai abbassare la guardia.
Ancora qualche spiegazione inserita ad arte, per essere sicuri che
la nostra attenzione si diriga verso gli argomenti principali del
racconto, il perché della fuga, il perché del ritorno,
il perché della vendetta, il perché del futuro.
Tutto questo per farci dimenticare che siamo di fronte a due killer,
due maestri del combattimento, due super-antieroi senza tuta da
indossare, liberi di mescolarsi a noi.
Quello che ha fatto realmente Tarantino con
Kill Bill, nella sua interezza, lo scopriremo probabilmente tra
qualche anno: emergeranno i lati oscuri dei personaggi minori, cloneranno
Uma Thurman e David Carradine, spezzetteranno il film in un centinaio
di video e lungometraggi low budget?
Kill Bill è ad oggi un'opera unica nel suo genere, capace
di annullare la freddezza del dettaglio e della citazione, fondamenta
della costruzione postmoderna, dando nuovamente importanza ad una
cultura ibrida senza confini e percorsi decisi a tavolino.
Come la decisione anti-accademica (tra le tante, oltre che ai personali
e già citati riferimenti cinematografici, che dalle accademie
sono stati espulsi) di creare il film fondendolo con la colonna
sonora, immaginando una scena sentendone la vibrazione attraverso
la musica: sconvolgendo la logica del videoclip, utilizzando altresì
il suono come elemento creativo fondante dell'opera.
Un inno alla contaminazione delle arti e dei generi, sublimazione
del cinema tarantiniano dove tutto e il contrario di tutto converge
a complicare intrecci di sovrannaturale invenzione, lasciando aperte
centinaia di domande.
La realtà fa capolino solo dopo i titoli di coda (lunghissimi,
oltre l'infinito): un piccolo taglio con The Bride ( "non si
chiamava" ancora così) nell'atto di strappare un occhio
ad uno degli 88 folli.
Per ricordarci che il cinema è finzione, una splendida finzione.
Bowman
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