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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
I'M NOT THERE - IO NON SONO QUI
(USA 2007)
di T. Haynes
Per descrivere Bob Dylan non basterebbero mesi, figurarsi un film di poco più di due ore.
Martin Scorsese per l’eccellente No Direction Home ha riorganizzato materiale d’archivio e interviste realizzate per l’occasione in una durata quasi doppia e solo per arrivare dagli esordi al fatidico 1966.
Io non sono qui di Todd Haynes è la sintesi estrema di un personaggio divenuto mito non realizzata sommando semplicemente eventi, fatti e dichiarazioni, ma attraverso la composizione di un ritratto interiore a metà strada tra autobiografia e sentimenti personali.
La complessità di Dylan si divide così in sei ruoli differenti intrecciati l’uno all’altro dalle parole e (soprattutto) dalle attitudini del menestrello di Duluth.
Dylan era un ragazzino nero (M.C. Franklin) , scappato di casa e fanatico di Woody Guthrie. Dylan/Rimbaud (B. Whishaw) poeta accusato di comunismo e di poesia. Dylan/Rollins (C. Bale) simbolo della protesta prima, pastore di anime poi. Dylan/Queen (K. Blanchett) nel 1966 a Londra, con il mondo scosso dalla sua elettricità. Dylan e un ruolo da interpretare (H. Ledger), due figlie e una moglie francese (C. Gainsbourg). Dylan/Billy the Kid (R. Gere) su un treno in corsa ed il west che sta scomparendo.
I piani s’intrecciano senza soluzione di continuità: gli echi di guerra di una vallata divengono le esplosioni riportate dalle tv americane in Vietnam mentre Rimbaud incorniciato dal bianco seguita a rispondere ad un interrogatorio già scritto.
Haynes mischia le carte, sospendendo spesso il racconto in una realtà parallela che ne mostra sviluppi e influenze pronte a ripercuotersi su ognuno dei sei Dylan rappresentati.
Il gioco dei multipli avrebbe potuto continuare all’infinito, anche se quello più convincente è senza dubbio interpretato da Kate Blanchett: magrissimo e in preda a droghe sintetiche, il Bob del tour inglese ossessionato dalla propria indifferenza e dai rumorosi e contestati set notturni è riportato con fedeltà e istinto messianico.
La Blanchett si piega alle esigenze del racconto, gioca a doppia velocità con i Beatles in un’intuizione cinematografica riuscitissima prima d’abbondonarsi in un bosco alla ricerca di una simil Segdwick.
Il collasso come termine ultimo, dopo tre giorni senza sonno e la consapevolezza che Ballad of a thin man aveva centrato il segno.
Il cambiamento si sarebbe verificato in modo rovinoso di lì a poco, prima di essere accantonato e mai più ripreso (per lo meno con la stessa forza e convinzione).
Mentre l’estate del 1968 bruciava l’America, Dylan era già oltre.
Oltre Ginsberg, il folk, il rock.
Oltre i Beatles, oltre Warhol, oltre sé stesso.
Non importava più. Deportato dal sistema che tanto odiava, sarebbe scappato come Billy the Kid dando a tutti l’occasione di crederlo morto. Senza convinzioni, abbandonato allo scorrere del tempo proprio come durante la composizione di Tarantola, schiavo di una solitudine infernale.
Todd Haynes lo fotografa tra bianco e nero e colore, spazi incontrastati e taxi in corsa. Ne coglie superficialmente vizi e virtù per poi condannarli ad essere insieme di fronte a quello che resta della figura di Dylan.
Sei multipli forse non sono sufficienti, ma dettano la via, un accesso preferenziale all’universo di Dylan, talmente complesso che per renderlo senza tradirlo necessita di una molteplicità d’ambientazioni sorrette da interviste in stile documentario per aumentarne la veridicità (con Julianne Moore a ricreare Joan Baez).
Haynes non perde mai o quasi il controllo su una sceneggiatura vorticosa, sui suoi interpreti, sull’immenso mare d’informazioni da cui trae ispirazione. Lo fa a discapito dell’emozione che si sviluppa soprattutto grazie alle musica e alle parole di Dylan più che per merito delle immagini della pellicola.
Io non sono qui è come avere ieri, oggi e domani tutti nella stessa stanza, non puoi sapere cosa accadrà anche se è già accaduto. Gli sguardi si volgono al palcoscenico, a Dylan e a un’armonica suonata a perdifiato. Tutto il resto scompare, tranne la sua musica.
Bowman |
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