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IL DIVO
(Ita 2008)
di P. Sorrentino con T. Servillo

Andreotti. Pronunciandone il nome scattano simultaneamente una serie d’associazioni d’immagini e parole, complesse solo in apparenza. Basta dirlo “Andreotti” per non avere dubbi.
Oggi suona un poco fuori moda, non scatena tuoni e fulmini come una volta, piuttosto sollecita il ritorno ad un mondo che credevamo ingenuamente scomparso mentre invece è ancora qui a dettare legge, sotto nemmeno troppo mentite spoglie. Andreotti, Giulio. Avesse votato il popolo sarebbe diventato Presidente della Repubblica.

Come non inchinarsi di fronte ad Andreotti. Ai giochi di parole forbiti, alla battuta sempre pronta, al nulla di ogni intervista. All’impossibilità che non sapesse, alla possibilità che non agisse. Lo scopo delle sue azioni si è forse modificato negli anni? Passò davvero dalla ragion di stato alla pura sopravvivenza (politica?)? Indenne alle Brigate Rosse e alle spinte comuniste, a Tangentopoli e alla Seconda Repubblica, sempre lì, ingobbito e assente, tra le stanze del potere. Nosferatu nel palazzo di famiglia sarebbe stato meno a suo agio.

L’Italia e i suoi feticci. Il mafioso (il contadino) faccia a faccia con il rappresentante del governo che conosce il Vaticano meglio del Papa. Faccia a faccia con lo Stato. Chissà. Fantasia o realtà poco importa, quell’incontro è entrato a far parte dell’immaginario collettivo quanto la stanza dov’era segregato Moro. Sono solo spie utili per dare coordinate spazio temporali e ritmo ad un racconto che della realtà trae spunto e nulla più. Poi è astrazione pura, risvolti grotteschi e violenza, sentito dire e cronaca giornalistica, dichiarazioni pubbliche e confessioni immaginarie. Questo magma di fonti e invenzioni personali non indebolisce Il Divo, esalta piuttosto le scelte linguistiche e registiche di Sorrentino, mai così barocco, spettacolare e ipnotico nella sua carriera.
E' l’immagine di Andreotti a riflettere su Giulio e non viceversa. Giulio non può o almeno finge di non riuscirci, troppo impegnato a non lasciar trasparire alcuna emozione, a trattenere al suo posto il più possibile quella maschera impassibile che l’accompagna dai primi vagiti della Democrazia Cristiana.
L'illusione della verità ne genera di molte e parallele, le stesse che il regista napoletano percorre e assembla in un’ora e cinquanta minuti di manovre sottobanco e infernali gironi parlamentari, azioni criminali e cupi interni borghesi regolando il tutto con il distacco e l'ironia spietata del suo protagonista.
Un unico contraddittorio che non dà risposte ad assassini e stragi, dolore e sangue, suicidi e manette, se non indicandone il mandante, il responsabile massimo, ma anche il capro espiatorio.
Cinquant’anni al potere ecco l’unica motivazione valida per la condanna. Più di una vita passata a comandare e tessere, a rilanciare senza mai perdere e a glorificare una lobby più volte smembrata e ricomposta. Non basta il processo per associazione mafiosa, non basta il processo per l’assassinio Pecorelli. La magistratura vuole forse governare? Troppo facile: assolto. Certo resta qualche cadavere, un generale, un giornalista, un collega, una scorta. Che importa. Giulio pensa solo a Moro. Gli altri sono effetti collaterali di una gestione infinita. Quindici uomini a piedi, armati. Due macchine blindate, luci blu. In mezzo lui, il divo Giulio. Cammina, si ferma, per poi camminare ancora. E attendere come un animale notturno.

Paolo Sorrentino riscuote con Il Divo un meritato successo di pubblico e critica: ha saputo superarsi e puntare su una forma/contenuto affascinante, ironica e fiammeggiante.
Il lato oscuro e i silenzi dei suoi personaggi più riusciti confluiscono nel mefistofelico e (per questo?) devoto a Dio simbolo della politica italiana del Novecento, i cui eleganti aforismi altro non erano (non sono) che un ulteriore muro di protezione ad un’intoccabilità inscalfibile. Un’unica surreale confessione per bocca di un misurato e al contempo straripante Servillo, prima di zittire Scalfari, Cossiga ed ogni possibile dissenso. Tranne uno.

“In questo film se facevi un taglio Andreotti sembrava un santo.
Ne facevi un altro e appariva un demonio
. Nella sostanza il film si mette a traino del personaggio; dato che il personaggio è deliberatamente ambiguo, e per anni non ha fatto altro che alimentare l’ambiguità nei suoi confronti perché probabilmente riteneva che fosse una strategia utile per il mantenimento del successo, il film gli va dietro. Di fronte ad un personaggio ambiguo il film conserva una sua ambiguità, tranne in una scena (quella del monologo, dove Servillo recita totalmente al di fuori dal registro che tiene in tutto il film) in cui mi sembra sia abbastanza chiaro quel che penso tra verità e menzogna. Dato che la posta in gioco era alta, l’argomento ambizioso, mi sembrava giusto ad un certo punto fermarsi e provare una mia ipotesi di interpretazione, perché sta diventando un po’ troppo facile da parte di molti registi dire “no, ma io non prendo posizione” ( Paolo Sorrentino, Maggio 2008).

Bowman