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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
I DUE VOLTI DELLA VENDETTA
(USA 1961)
di M. Brando con M. Brando K. Malden
Messico 1880.
Due fuorilegge in fuga, dopo la rapina ad una banca, assediati
dai messicani.
Dopo essersi accordati, il più vecchio corre con l'unico
cavallo rimasto ad una fazenda diroccata per sostituirlo ed ottenerne
uno per il compagno, che nel frattempo dovrà tenere occupate
le guardie.
Il giovane, rimasto solo e per troppo tempo in attesa d'aiuto, è
costretto ad arrendersi e ad essere catturato.
Incarcerato, fuggirà solo cinque anni dopo.
Il suo presunto amico, arrivato ai cavalli si "dimenticò"
di ritornare.
Fuggì con il denaro oltre confine e divenne sceriffo.
In America.
Marlon Brando, regista ed interprete, ed il
suo volto.
Movimenti ridotti al minimo, una sorta d'impassibilità da
cui si scatenano impercettibili sfumature che diventano di volta
in volta attimi di seduzione, falsità, fiducia, inattaccabilità.
E' lui a rimanere solo, quasi sepolto dalla sabbia mentre i messicani
scalano la collina, celati dalle volute di polvere.
Fa cadere le armi e alza con sguardo impotente le braccia al cielo.
Non troppo, quanto basta per far intendere che non è ancora
stato domato.
Nessuna smorfia, solo l'esplicitazione di un unico pensiero, alla
scoperta che l'amico l'ha tradito.
L'unico motivo di vita, ora è vendicarsi.
Lo ritrova nei nascenti States nel 1885: ancora bugiardo, completamente
trasformato in superficie ed integrato nell'apparente perfezione
del sistema a stelle e strisce.
Ne conosce la famiglia, mostrando il lato mansueto della sua natura,
coprendo le sue vere intenzioni.
Regalando sorrisi e seducendo, con una vecchia litania, la figlia
del suo antico compagno durante una notte di fiesta: la mattina
seguente le racconterà la verità, spezzandole il cuore.
Nessuna delle sue parole è reale, la sua menzogna svelata:
di fronte al mare, pare turbato dalle purezza della fanciulla.
Un gioco che vive sulla duplicità dell'interpretazione, sulla
capacità di Brando di trasformare la pellicola con la sua
semplice presenza scenica.
In questo la sua assoluta inesperienza come regista risulta annullata.
Come più volte gli accadrà in carriera, il nome di
chi lo diresse (fuoriclasse come Kazan, Huston, Coppola, Bertolucci
ma anche onesti mestieranti e nulla più come Benedek, Englund,
Winner, Levy
) risultò offuscato dalla sua performance,
dal suo essere all'interno dell'immagine. Nel distacco evidente
tra Brando e gli altri attori che lo circondano.
Sprecato spesso e volentieri in pellicole inutili, superficiali,
in cui il suo talento veniva minimamente svelato: erano solo il
suo nome e il suo corpo ad essere utilizzati per ovvi motivi di
cassetta, a calmare la curiosità del pubblico e a pagare
i debiti con la fama.
E' l'icona a prendere il posto dell'attore, il piacere della visione
sullo schermo a sovrastare ogni possibilità di analisi.
Un risultato che non nasce dal progressivo rifiuto dello star system
hollywoodiano e dal successivo allontanamento dal mondo dorato del
cinema statunitense, ma dal gap qualitativo esistente tra lui e
qualsiasi altro interprete.
Tutti costretti a superarsi per poter solo reggere il confronto.
Obbligati a risultati strabilianti che solo Martin Sheen in Apocalyspe
now e Al Pacino nel Padrino (e pochi altri) riusciranno ad ottenere,
subendo scena dopo scena un'inevitabile mutazione di "carattere",
fondendo nella loro recitazione alcuni tratti peculiari del personaggio
che sono costretti a "sostituire" (protagonisti perfetti
del rituale del passaggio e della crescita, tematica centrale del
cinema di Coppola, che trova proprio in Brando l'ideale, inavvicinabile,
punto di riferimento, sia esso rappresentato sullo schermo dalla
calma indolente di Don Vito Corleone o dai vaneggiamenti del colonnello
Kurtz).
in questo caso è Karl Malden ad interpretare Dad e a fare
del suo meglio per essere il nemico perfetto, allo stesso tempo
traditore e sadico amministratore dell'ordine, avido e codardo:
scarmigliato fuorilegge prima e baffuto sceriffo poi, padre di una
donna di cui Rio s'innamora rivelandole la propria incapacità
di dimenticare, l'insanabile sete di vendetta.
Dad diviene l'alter ego non solo cinematografico, ma esistenziale
del personaggio Brando: un uomo completamente riassorbito nel sistema,
compiaciuto della propria posizione e delle scorciatoie prese per
ottenerle, pronto a tutto per mantenerle.
Di fronte a sè una figura solitaria, senza compromessi, al
limite del masochismo.
Il resto, il contorno, ha ben poca ragione di esistere: la vicenda,
gli interpreti minori, gli splendidi scenari dell'ovest selvaggio
uniti al mare della costa californiana.
La stessa capacità registica di Brando è impossibile
da valutare: dirige in modo piuttosto convenzionale, secondo i canoni
del cinema classico (guardando spesso e volentieri a John Ford),
ma risulta evidente come con la sua sostituzione improvvisa di Stanley
Kubrick I due volti della vendetta abbia perso una chance unica
di essere qualcosa più di una delle molte pellicole del suo
interprete.
Ad essere in assoluto primo piano (anche nella sua assenza) è
l'attore, la bontà e la durezza, l'accettazione del ruolo
di vittima sacrificale a rispetto di una personalissima morale,
che trascende l'interpretazione cinematografica per divenire tutt'uno
con il volto e l'immagine del suo interprete.
Bowman
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