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IL GRANDE CAPO
(DK 2007)
di L. Von Trier
Ad un passo dalla conclusione della trilogia americana di un uomo che negli States non è mai stato Lars Von Trier abbandona il suo progetto più ambizioso (o quasi…) per lanciarsi in una commedia satirica ambientata nella natia Danimarca e senza artifici di sorta. Tradotto: nessuno stage teatrale rappresentativo di un mondo esterno facile da immaginare per chiunque sia cresciuto a forza di cinema e prodotti statunitensi, piuttosto un ritorno alla realtà, al quotidiano e alla vita lavorativa.
Davvero? No… Cioè, sì. Però…
Recuperando parte del cast di Idioti e inventando un nuovo sistema di ripresa (Automavision… - ??? - La camera sceglie casualmente ed in modo autonomo l’inquadratura, senza intervento umano) Von Trier scrive e dirige Il grande capo, autodenunciandosi sin dalle prime balbettanti immagini (le uniche girate da un’operatore sono quelle che accompagnano la voice over del regista) come autore di una commedia che in quanto tale non lascerà traccia, ma servirà ad intrattenere e nulla più.
Falso, ovviamente. E detto con la consueta arrogante umiltà.
Nell’azienda informatica in questione il presidente non esiste. O meglio esiste, ma nessuno l’ha mai visto.
Ma anche l’esistenza di questo fantomatico personaggio è un’invenzione del vero “padrone del vapore”… Uno che per non intaccare la fiducia di colleghi, dipendenti e membri anziani ha preferito fingere di essere comandato da lontano da anni. Gli ordini giungono via e-mail dalla beneamata America e tutti li eseguono, contestandoli o meno, ma in fondo senza batter ciglio. Senza possibilità di replica.
Nel bel mezzo di un affare vitale per il padrone in incognito (L’Affare…), l’impetuosa e radicale controparte islandese pretende di trattare con il presidente in persona, non con un comune tirapiedi.
La necessità impone scelte rapide e così ecco un attore pronto (per modo di dire… siamo pur sempre in una commedia…) ad interpretare il Grande Capo.
Il Grande Capo sarebbe dovuto servire per un solo giorno, ma invece qualcosa va storto, dovrà restare di più, gli islandesi lo pretendono. Mentre se ne vanno furiosi dopo il primo interlocutorio incontro, il Grande Capo li segue e si mostra con noncuranza all’azienda che non immaginava la sua presenza.
Il precipitare degli eventi svela poco alla volta il gioco del padrone e la lenta presa di coscienza del suo fantoccio che dopo un inizio disastroso riesce a farsi strada nel cuore di un mondo che apparentemente lo odia (essendo il presunto responsabile di decisioni impopolari da circa un decennio…).
Da bersaglio diviene leader. Come?
Rivelando ad un basso dal baratro di avere un Grande Capo che a sua volta lo comanda, da lontano. Dall’America delle corporation e delle multinazionali… Nessuno se ne stupisce, ma ora il Piccolo Grande Capo può contare sulla solidarietà altrui. Ogni sua responsabilità pare essere annullata… Lo stesso scherzo che il padrone pratica da anni…
Facile in questo modo essere al centro dell’attenzione, benvoluti e sempre attenti a consolare gli altri che inconsapevoli credono alla buona fede del loro carnefice.
La vis comica di Von Trier è travolgente, ma mai sopra le righe (semmai piuttosto cattiva… alla Strindberg, come recita una battuta del film “non un cattivo regista, ma un regista cattivo”).
Il filo che lega razionalità e pazzia viene srotolato mentre le inquadrature random dell’Automavision denunciano la finzione della rappresentazione quasi quanto gli interni onniscienti di Dogville e Manderlay.
Il palazzo per uffici diviene teatro, le maschere s’indossano con facilità, ognuno ha un ruolo preciso e stereotipato da cui non riesce a uscire. Il Grande Capo ha solo bisogno di tempo per prendere le misure.
Il racconto scorre, si complica ad arte tra equivoci e reiterate idiozie sino a concludersi senza l’obbligato lieto fine.
Il finale è degno di una tragedia… anzi, della realtà.
L’incontro decisivo con l’islandese è alle porte. Personaggi e comparse hanno complicato la situazione sino a renderla illeggibile mentre il rapporto tra padrone e fantoccio va rovesciandosi, apparentemente a favore di tutti.
Confessione e riconciliazione sono nell’aria, ma…
Un attore, un vero attore non può fare a meno di un palcoscenico. Gli uffici lo hanno visto protagonista della sua migliore interpretazione, il suo drammaturgo preferito Bandini ne sarebbe stato orgoglioso (altro che Ibsen…).
Il caos regna sovrano, il padrone svelato davanti ai suoi colleghi/dipendenti sta per crollare. Avrebbe venduto tutto, licenziato tutti, solo lui sarebbe rimasto.
Il gioco dell’attore funziona sino a quando non inizia a chiedersi cosa avrebbe fatto il suo personaggio.
Di fronte all’islandese, ad un attimo dalla firma decisiva, richiama l’attenzione di tutti su di sé, la pretende.
Vuole gli sguardi, sentirsi eroe, indimenticabile protagonista.
Ha una procura che gli da un potere impensabile. Riflette…
L’islandese non capisce. Non li sopporta questi danesi. E così sbotta…
Nell’infuocata serie d’insulti finale spunta un nome. Bandini.
L’islandese dunque lo conosce…
L’attore capitola. Si sente finalmente apprezzato, capito.
Il resto, i rapporti umani instaurati, tutte quelle settimane con quella gente non contano più.
La sua vita ha trovato un senso (???)… Lo spazzacamino della città senza camini…
Firma e vende l’azienda, il motivo per cui era stato assunto e per il quale ora risulta essere inutile.
Il padrone ormai tornato sui suoi passi e riconciliato con sé stesso e i colleghi non può far altro che guardare, impotente.
Von Trier allontana la macchina da presa nel notturno conclusivo, una sola luce accesa, l’attore nascosta dietro una tenda, il suo sipario, pronto (questa volta sì, finalmente…) ad interpretare Bandini per il nuovo padrone.
Dare potere ad un fantoccio, ad un idiota non è mai una cosa intelligente.
Bowman
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