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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
FELLINI SATYRICON
(Ita 1969)
di Federico Fellini
Il ritorno al lungometraggio di Federico Fellini
(la precedente pellicola giunta nelle sale fu Giulietta degli spiriti
nel 1965), avviene con la riduzione del romanzo di Petronio Arbitro,
il Satyricon, dal quale il regista trae liberamente personaggi ed
avventure, sino a formare un'opera che si discosta profondamente
dall'originale.
Sebbene ne ricalchi formalmente la struttura, il film risulta essere
piuttosto un collage di frammenti riassemblati secondo la visione
dell'autore, quanto mai ossessionata dal sesso e dalla morte (temi
che ricorreranno in tutta l'opera felliniana e che apparirono con
nuova forza nel primo lavoro realizzato dopo la malattia, l'episodio
del film collettivo Tre passi nel delirio, Toby Dammit).
Fellini costruisce una nuova Roma, nata dall'unione del suo genio
scenografico e delle memorie dell'era pre-cristiana, crepuscolo
di una civiltà che in ogni modo cercava di esorcizzare la
fine: da qui la lunga seria di orge e vizi, banchetti ed oscenità
che fanno da sfondo al susseguirsi di avventure di cui sono protagonisti
Encolpio (Martin Potter) e il suo ambiguo compagno, Ascinto (Hiram
Keller).
Lo spettatore si trova così a scoprire un nuovo territorio
fantastico, un ponte tra l'estetica del regista e quella romana:
assistiamo alla creazione di una nuova forma dotata di una potenza
visiva incredibile.
Il Satyricon regge gli ovvi problemi di narrazione e riduzione dell'originale
grazie all'eccezionale impianto scenografico, in grado di sconvolgere
e sorprendere lo sguardo praticamente ad ogni inquadratura: la maestria
di Fellini nel girato e nel montaggio si mostra qui con sontuosa
puntualità, capace di trasformare il film una vera e propria
gioia per gli occhi.
La colonna sonora di Nino Rota completa un'immaginario cupo e da
incubo con battiti e percussioni, gemiti ed effetti elettronici
in un impossibile, ipotetico parallelo con la performance che i
Pink Floyd registreranno a Pompei l'anno successivo.
Ed ancora le tinte scure degli interni e gli attoniti sguardi in
camera delle comparse, bloccate in inquadrature magistrali, il rapporto
tra la solennità delle costruzioni e la leggerezza dei giardini:
tutti elementi che testimoniano il genio e la passione con cui Fellini
ha costruito in modo inimitabile il suo Satyricon.
Ma non sono queste le uniche ragioni d'interesse:
il Satyricon riesce ad inquadrare un'epoca che rivela, nella realizzazione
felliniana, numerosi punti di contatto con i problemi sollevati
dalla contestazione giovanile alla fine degli anni '60.
L'attacco preciso ad una civiltà decadente sacrificata senza
posa al dio denaro (basti pensare ai tre idoli pagani del ricco
Trimalcione, nominati Affarone, Contentone e Guadagnone) e incapace
di frenare i propri istinti più abbietti, offre al regista
la possibilità di un parallelo, puramente ideologico (senza
effettivi riscontri nel reale), con quanto stava accadendo nel 1969.
Seppure il racconto nasca dall'amore contrastato di Encolpio e Ascinto
per l'efebo Gitone (Max Born), allusivo come tutto il film della
rinnovata libertà sessuale che contraddistingue il movimento
hippy, sono i riferimenti al vuoto che la ricchezza e il potere
generano a colpire maggiormente.
Le bizzarie sessuali dei protagonisti diventano piuttosto la cartina
al tornasole della dissolutezza dei potenti di turno, completamente
sopraffatti dal vizio nel quale tentano di dimenticare la paura
dell'aldilà.
Trimalcione, un arricchito di cui si fa beffe il poeta Eumolpo (interpretato
da Salvo Randone considerabile in parte come coscienza dell'opera),
simula addirittura la sua sepoltura al termine di un banchetto nauseante
per abbandonza e trivialità.
Ma lo stesso Eumolpo (e con lui tutte le figure adulte del Satyricon)
non può ritenersi esente da colpe, nonostante critichi apertamente
il sistema in cui vive, lagnandosi in continuazione del degrado
dei costumi e delle arti.
Roma e il suo impero paiono sull'orlo del collasso, ma nessuno sembra
volersene accorgere.
La visione di Fellini non risparmia nessuno, nonostante sia chiaro
l'occhio benevolo con cui guarda alla confusione "giovanile"
che porta Encolpio e Ascinto a passare senza troppi patemi e moralismi
da un'avventura all'altra, alla loro ricerca di pace e soddisfazione
(sessuale
) e al loro vagare senza meta per il mondo conosciuto.
Ci troviamo di fronte ad un ennesimo viaggio iniziatico (spesso
allucinato e allucinante), in cui il dominio del caos, nel succedersi
delle situazioni come nelle inquadrature, è pressochè
totale secondo la precisa volontà del regista: un film fantascientifico,
come lo definì, che porta lo spettatore alla deriva in un
mondo parallelo sospeso tra la metafisica e i piaceri carnali, l'antico
splendore e il rinnovamento.
Il ritorno di Eumolpo alla conclusione del Satyricon non fa altro
che confermare i cupi tormenti di Fellini: divenuto potente grazie
a macchinazioni e raggiri, s'abbandona anch'egli ad ogni vizio,
prima di trovare insaspettamente la morte.
Un ultimo, disperato, attimo di lucidità gli fa però
trovare la forza di dettare un testamento molto particolare.
Chiunque, tranne i liberti, potrà gioire dei suoi beni se
accetterà di mangiare il suo cadavere.
Un invito rivolto a tutti i suoi amici:Encolpio saggiamente rifiuta
e s'imbarca verso una terra vergine, l'Africa.
Fellini sospende qui il suo racconto, mentre Eumolpo viene divorato
dai suoi avidi simili, degna conclusione di un gioco al massacro,
che trova un parallelo non solo stilistico con la conclusione assolutamente
anarchica di Dillinger è morto (diretto da Marco Ferreri
nello stesso anno).
La prosecuzione del viaggio di Encolpio verso l'ignoto segna un
ritorno verso il primitivismo e i valori negati da una società
troppo interessata al profitto per accorgersi della sua decadenza:
un ultimo salto temporale infine ci risveglia riportandoci tra le
rovine secolari, dove poeticamente sono posti gli affreschi che
ritraggono i magnifici protagonisti del Satyricon felliniano.
Bowman
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