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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
FARHENHEIT 9/11
(USA 2004)
di M. Moore
Domani saranno passati tre anni dal fatidico 11 settembre
2001.
Se nei giorni successivi all'attentato al World Trade Center nessuno
di noi sapeva cosa aspettarsi, confuso dalla ridda di voci e di
allarmi, oggi abbiamo più di una certezza: il peggio non
è certo passato.
L'escalation di violenza ha provocato in risposta altra violenza
ed oggi il circolo vizioso pare francamente inarrestabile, tra governi
che non vedono l'ora di mostrare i muscoli e terroristi sempre più
audaci e sanguinari: il tutto introdotto da proclami di sicurezza
internazionale, libertà e democrazia ("Viviamo in un
mondo più sicuro" ha detto il presidente americano in
carica, all'ultima convention repubblicana).
Oggi la realtà ha superato di gran lunga ogni possibile fantasiosa
sceneggiatura: intrighi internazionali, lobby di potere, interessi
multimiliardari, omissione di prove, annunciati suicidi democratici
ed infine scandali finanziari e spartizioni di territorio (l'ultima
terra promessa è ovviamente quella del secondo più
grande bacino petrolifero al mondo, l'Iraq).
L'eccesso d'informazione e la falsificazione delle notizie, la censura
patriottica dipendente dai suoi finanziatori: è questo il
mondo che Micheal Moore tenta di portare alla luce.
Quanto dice in Fahrenheit 9/11 con l'ormai consueto stile da ironico
primo della classe basterebbe in uno stato civile ad impedire la
rielezione di quello che non può non essere associato ad
un fantoccio incapace, teleguidato in ogni decisione dalle associazioni
di potere che protegge (non importerebbe nemmeno, data la gravità
della situazione, che in queste lobby trovino posto principi sauditi,
familiari di Bin Laden ritenuti amici pluridecennali di papà,
colui che ha aperto la strada alla dinastia americana più
disgraziata., ricca ed ignorante degli ultimi vent'anni): la pochezza
di George W. Bush è francamente imbarazzante.
Eppure i suoi modi da zotico cowboy hanno fatto breccia nell'elettorato
statunitense più del comportamento garbato ed autoironico
del suo rivale di quattro anni fa, Al Gore. Il fatto è che
anche dietro l'elezione a presidente del governatore texano si vedono
più ombre che luci, con tanto di provati brogli elettorali
nella Florida del fratello Jeb.
Come se non bastasse i danni all'economia e alla vita sociale statunitense
hanno portato ad una vera mobilitazione di massa di artisti, cantanti,
poeti, scrittori: il trionfo della sigla A.B.B., traducibile in
chiunque ma non Bush (con la speranza che il democratico John Kerry
in caso di vittoria, oggi ancora incerta, non riesca nell'impossibile
impresa di far rimpiangere l'attuale inquilino della Casa Bianca).
I motivi politici ed economici che sono alla base del comportamento
di George W. Bush occupano tutta la prima parte del documentario
e riemergono improvvisamente, come brevi richiami mentali nei frammenti
successivi, centrati sull'inutile (a livello umano, non certo da
un punto di vista economico potrebbe obiettare qualcuno), attuale
e senza conclusione, guerra in Iraq: fra le truppe, tra dispacci
d'informazione falsi, trionfalismi perlomeno incauti e famiglie
distrutte dal dolore.
Moore scatta un'istantanea dell'America attuale: fiduciosa nei propri
mezzi e nella sua straordinarietà, imbottita di discorsi
patriottici e da un uso frequente della citazione biblica, completamente
soggiogata dalla forza del mezzo televisivo, un'arma potentissima
che è riuscita a creare uno stato di terrore apparente in
tutto il paese, compresi piccoli insediamenti da un centinaio di
anime.
Per fare breccia in questa America, il regista utilizza il medesimo
modello sfruttato dalla Tv: a metà strada tra documentario
e fiction, reality show e giallo postmoderno. Come colpire altrimenti
l'assuefatto spettatore statunitense, letteralmente bombardato da
drammi familiari e incitazioni al patriottismo, avvisi di pericolo
sempre più frequenti ed esaltazione del modello democratico
e liberale?
Una nazione spaccata a metà, mantenuta sotto shock e nell'ignoranza
quotidiana, dove il mea culpa rimane un atto circoscritto alle pareti
delle chiese: la coscienza forse non è mai stata molto presente
nella stanza ovale, ma in questo momento possiamo dare per certa
la sua latitanza.
Fahrenheit 9/11 si prefigge uno scopo politico (che ci auguriamo
possa contribuire a centrare) e fa di tutto per arrivare al bersaglio
numero uno, il presidente e soprattutto chi rappresenta: non i cittadini
questa volta, ma il suo mero interesse, sempre più bagnato
di sangue innocente.
Purtroppo questa non è facile retorica.
Micheal Moore ha trionfato al Festival di Cannes nel maggio 2004,
quando ancora sembrava che il suo film non dovesse trovare distribuzione
negli Stati Uniti ("land of hope and freedom" diceva qualcuno
qualche anno fa): il presidente di giuria Quentin Tarantino ha sottolineato
come Fahrenheit 9/11 abbia convinto i giurati per la sua qualità
cinematografica, senza entrare nel merito della tesi esposta.
Le motivazioni riguardano in particolare la capacità di Moore
di portare lo spettatore al centro di un intrigo internazionale
in cui i personaggi recitano la loro parte, consapevolemente, nella
vita quotidiana (viene da chiedersi: solo davanti alle telecamere?).
George W. Bush, Dick Cheney, Colin Powell, Condoleeza Rice: questi
i protagonisti, un cast di tutto rispetto che prosegue giorno dopo
giorno il suo tentativo di controllare ed ingrandire un impero.
Non quello americano, ma quello che sorregge da anni le avventure
finanziare della famiglia Bush e dei suoi associati.
Forse è il momento più triste della nostra storia
recente, forse si è semplicemente scoperchiato il vaso di
Pandora (ancora una volta?), forse oggi più che mai è
impossibile trovare un senso a quanto sta succedendo (anche se non
è certo per merito di Micheal Moore che ci poniamo questi
interrogativi:anch'egli è consapevole che con una parte di
pubblico non può che sfondare una porta aperta).
In attesa fiduciosa che la fantasia possa di nuovo superarere la
triste e incredibile realtà.
Bowman
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