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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
LA FABBRICA DI CIOCCOLATO
(USA 2005)
di T. Burton con J. Depp
La fabbrica diviene un luogo di sogno.
La produzione seriale di beni consumo, continua ed inarrestabile,
il simbolo di una ricchezza impossibile.
Se i beni in questione sono di cioccolato è sin troppo facile
capire come un bambino non possa far altro che immaginare quella
fabbrica esattamente come un paradiso in terra.
Quando Willy Wonka, travolto dallo spionaggio industriale, fu costretto
a licenziare migliaia di operai la fabbrica chiuse i battenti, ma
non arrestò la sua produzione: rimase una fortezza inacessibile
al centro della città, da cui partivano ogni giorno spedizioni
per l'intero mondo.
Le domande svanirono con il tempo e nessuno parve più chiedersi
il motivo di questa incessante attività.
Ora, a distanza di anni, Willy Wonka offre la possibilità
a cinque bambini, ognuno accompagnato da un adulto, di visitare
il suo impero. Nascondendo dei biglietti d'oro all'interno delle
sue tavolette si è assicurato un assoluta imparzialità
nella scelta ed ora attende che i suoi piccoli clienti lo raggiungano
Tim Burton costruisce attraverso la ricerca dei cinque fortunati
l'attesa per la visita alla fabbrica, infondendo alla stessa un
valore mitico, superiore ad ogni possibile realtà.
La narrazione esterna rimanda a Dickens, come gli splendidi totali
della città innevata dominata dalle ciminiere fumanti del
regno di Willy Wonka.
Per primi tocca a quattro odiosi bambini "contemporanei":
un tedesco insaziabile, una inglese viziata e di nobili origini
e due americani, la prima competitiva e sempre vincente, l'altro
genio dei computer ed amante della violenza.
L'ultimo è ovviamente il nostro piccolo protagonista, Charlie.
Relegato ai margini dei blocchi abitati e dei sobborghi, vive con
genitori e nonni in una baracca fatiscente e deve accontentarsi
di poche tavolette l'anno (di norma una, il giorno del suo compleanno):
le sue possibilità sono infinitesime, ma il destino per una
volta lo accontenta rendendolo il bambino più felice della
terra.
La regia di Burton fa crescere la suspance, nascondendo abilmente
il ventre produttivo della fabbrica: inseriti nel perfetto meccanismo
favolistico non riusciamo a distaccarcene, dimenticando la logica
a favore del racconto.
Il primo incontro con Willy Wonka (Johnny Depp) è delirante
(ed è solo l'inizio
): i piccoli vincitori vengono accolti
da uno stuolo di marionette, quelle che si potrebbero immaginare
in una sagra bavarese dei primi del '900, inneggianti al loro padrone.
La rappresentazione diviene sempre più rapida, le voci dei
pupazzi sempre più stridule: il gigantesco carillon prende
fuoco mentre la plastica cola dalle maschere svelando il meccanismo
robotico.
I bambini rimangono allucinati e bocca aperta, mentre al loro fianco
spunta orgoglioso il proprietario della fabbrica: ecco Willy in
completo e capelli color cioccolata, occhiali da sole e tuba, guanti
in lattice ed occhi viola.
Una creatura che di umano pare avere ben poco. Algido e distaccato,
non sembra esattamente entusiasta dell'obbligo d'intrattenere i
propri ospiti; svelerà poco alla volta il suo lato cinico
e misterioso, tingendo di nero l'intero racconto.
E' questo uno dei punti culminanti del film di Burton, il tanto
atteso ingresso nei sbalorditivi segreti della fabbrica: un mondo
creato ad arte, suggestionato da un'indigestione di cultura pop,
incredibile ed in un certo qual modo indescrivibile.
Come l'esistenza degli Oompa Loompa, indigeni adoratori del cacao
alti non più di 30 centimetri e tutti dotati del medesimo
viso, assunti come operai e tuttofare per superare la crisi produttiva
del decennio precedente.
Sono a loro a portare le immagini verso un'inaspettata psichedelia
acida con le loro coreografie, espresse con volto immutabile, a
sostegno di ogni eliminazione
Già, perché ambiente dopo ambiente i bambini iniziano
a diminuire di numero, accidentalmente, ma non troppo.
Ogni disgrazia, ogni sparizione è commentata musicalmente
da riletture funky, pop, hard rock, r&b e da balletti, smorfie,
gag che trasportano l'intera pellicola in un'altra realtà,
deformata e più simile ad una allucinazione che ad una favola.
A questo punto Burton ha tutto perfettamente sotto controllo, soprattutto
il nostro sguardo.
Si può permettere citazioni e sorprese, ricordi in flashback
e un ritorno (moraleggiante? no, è giusto così
)
al lieto fine che ogni racconto sembra pretendere, trasformando
il viaggio ipnotico nel mondo parallelo della fabbrica in un'ode
alla famiglia e all'aiuto reciproco, al piacere di stare insieme
dimenticando, solo per qualche attimo, le voluttà del consumismo
Bowman
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