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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
L'EREDITA'
(Dk 2004)
di P. Fly
Andata e non ritorno nel capitalismo contemporaneo, dove la ragioni
aziendali hanno sostituito la ragion di stato.
Sullo sfondo, comunque ravvicinato, i vecchi legami delle famiglie
nobiliari in grado di valere più della vita dei singoli componenti.
Attorno ad una madre padrona si consuma il dramma di Christopher,
unico figlio maschio, obbligato ad abbandonare l'idillio della vita
a Stoccolma, dove è innamorato di una giovane e splendida
attrice teatrale, per far ritorno in Danimarca al capezzale dell'azienda
lasciata orfana dal suicidio del padre.
L'eredità vive di silenzi e parole non dette, poche concessioni
alla rabbia trattenuta cocciutamente in un inferno interiore: Christopher
accetta l'incarico, nonostante avesse deciso con la sua compagna
l'esatto contrario, perché non se la sente di lasciare soli
gli operai del padre.
Di fronte a loro, animato da un sentimento al limite tra il caritatevole
e l'orgoglioso, decide di cambiare la sua vita, senza accorgersi
probabilmente del devastante danno che sta causando a sé
stesso.
La perdita di umanità di Christopher è lenta ed inesorabile,
le sue buone motivazioni svaniscono dietro l'impegno di facciata,
schiacciate dalle pressioni delle banche e della madre (che lavora
nel buio anche per allontanarlo dalla sua compagna, più che
favorevole ad un ritorno in Svezia).
Si disgrega completamente anche la famiglia, infranta dalle manovre
aziendali.
Il giovane capitalista non guarda in faccia a nessuno per salvare
l'impresa, recita l'addolorata parte dell'uomo che lavora per garantire
la felicità a chi gli sta intorno, abbandona ogni interesse
sino a diventare un altro granitico esempio di vita dedicata all'imprenditoria.
L'affabilità sacrificata al bon-ton, freddo e distaccato
mentre il suo mondo non esiste più nonostante abbia anche
gioito della felicità di essere padre. Lavora per suo figlio
o meglio anche per suo figlio, questo è quanto.
Per Fly, prodotto da Lars Von Trier, riesce a reggere il crudele
gioco al massacro delle buone abitudini imprenditoriali per buona
parte del film, sino a quando si trova costretto ad allentare la
tensione e a fare sfogare con atteggiamenti manieristici il suo
protagonista. Da qui L'eredità smette di sorprendere: si
fa placidamente guardare sino al termine, riservando solo un piccolo
brivido nel finale che sfiora l'happy end, senza ovviamente raggiungerlo.
Christopher sembra rimanere impassibile di fronte al suo passato,
al ricordo di una vita felice: di colpo entra dalla porta principale
nel grande gioco a premi del capitalismo e scopre, incredibilmente,
di essere in grado di gestire la partita.
Vive il suo ruolo d'imprenditore come una missione, i cui obbiettivi
diventano sempre più sfocati, tanto da cancellare le reazioni
sociali ed ogni possibilità di rapporto: non rende pubbliche
le sue decisioni per paura di essere giudicato su una base morale
e non di profitto.
L'eredità diventa così una parabola su una realtà
senza scampo, l'incubo non si materializza nella povertà,
ma nella ricchezza del vuoto materiale.
Bowman
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