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L'ECLISSE
(Ita 1962)
di M. Antonioni con M. Vitti A. Delon

"Guardare più a lungo del richiesto disturba gli ordini stabiliti, quali che siano, nella misura in cui, di solito, il tempo stesso dello sguardo è controllato dalla società."
Roland Barthes, a proposito della sequenza finale de L'eclisse.

L'eclisse è l'ultimo film in bianco e nero di Antonioni, conclusione della trilogia iniziata con L'avventura (1960) e proseguita con La notte (1961). Subito dopo girerà Il deserto rosso (1964) in cui si cimenterà per la prima volta con il colore, svelando i propri cromatismi.
Le tematiche che attraversano queste opere segnano la scelte estetiche e narrative del regista ferrarese impegnato a rendere sullo schermo i risultati (ma non le cause...) dell'incomunicabilità sempre più manifesta della civiltà contemporanea (il paradosso vuole che questa crisi avvenga proprio nell'era della celebrata comunicazione di massa...).
Antonioni traccia un percorso simbolico che mostra come anche l'amore sia inefficace come soluzione ai problemi della società che lo circonda: per questo sceglie situazioni e contrapposizioni nette in cui invischia personaggi apparentemente come corpi estranei.
L'eclisse si divide tra un quartiere periferico di Roma e la Borsa della città: dal primo arriva Vittoria (Monica Vitti) in cerca d'amore e di confuse speranze dopo la fine di una lunga relazione, dal secondo Piero (Alain Delon), cinico e opportunista broker della nuova borghesia romana.
Le diversità tra i due sono alla base della loro relazione, inspiegabile anche ai loro occhi. Intorno a loro si muovono altri personaggi minori, importanti nelle singole occasioni a delineare il percorso dei protagonisti, ma che appaiono sempre senza via d'uscita, ingabbiati.
Dalla vicina di origine africana (afrikaans per essere sinceri) alla madre, avida e dimentica di ogni sentimento che non sia generato dal qualunquismo, sino all'ubriaco che corre incontro alla morte sull'auto di Piero ogni rapporto con l'esterno si traduce in un ottudente sensazione di vuoto, al più misurata in intensità attraverso il suo supposto valore economico.
Esteticamente "L'eclisse" rasenta la perfezione.
Il bianco e nero è sfruttato al meglio, aggiunge pathos e drammaticità alle riprese e sembra far svolgere la narrazione in uno spazio atemporale, comune allo sviluppo della società occidentale.
Il peso drammatico in ogni caso non è solo sulle spalle degli attori, ma soprattutto dell'ambientazione che rende ancora più netta la divisione e la lontananza tra i diversi universi personali. Nella lunga sequenza finale Antonioni annulla completamente i suoi personaggi: l'alternarsi di strutture, di volumi vuoti e pieni, la spazialità muta della periferia svolge il ruolo simbolico di eclisse delle volontà umane.

Bowman