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EASTERN PROMISES - LA PROMESSA DELL'ASSASSINO
(UK Can USA 2007)
di D. Cronenberg con V. Mortensen N. Watts
Eastern Promises è la prosecuzione di una svolta avvenuta un paio d’anni fa quando Cronenberg diresse A History of Violence: il suo cinema oscuro e affascinante trovò come d’incanto una profondità che gli era sempre sfuggita quando le tematiche che accompagnano il regista canadese sin dagli esordi scoprirono un rifugio sicuro (e insospettabile) nella normalità.
Nelle ultime due pellicole i conflitti che ricorrono nel cinema di Cronenberg vengono portati oltre i propri limiti non grazie a invenzioni allucinate o allo strapotere tecnologico che segnò i primi acclamati lungometraggi, ma più in modo più semplice ed inquietante, scavando nella psiche di un'umanità ambivalente, mossa dal bisogno quanto dall’ambizione.
Migranti costretti a fuggire o ingolositi da invitanti miraggi di ricchezza: Londra ed il suo grande, molle, ventre pronto ad accogliere chiunque sappia mostrare un po’ di riconoscenza, prostitute e killer, chef e dottori, senza alcuna distinzione apparente.
Eastern Promises non nasconde la verità dietro il sontuoso travestimento noir che ne conduce la narrazione: la violenza esplode senza pietà, iperrealista e dolorosa mentre la macchina da presa non distoglie il proprio sguardo da mutilazioni e ferite, sangue e morti ammazzati. Insiste sui particolari come se potesse trovare una consolazione nelle lacerazioni della carne o negli spasimi delle vittime.
La mafia russa rappresentata come un grande dedalo di vie senza uscite, tra pazzi sanguinari (Kyrill – Vincent Kassell) e attempati gestori di ristorante a cui mai attribuiremmo tanta efferatezza (Semyon – Armin Mueller Stahl).
Un mondo in cui è impossibile dimenticare la ritualità di un’organizzazione letale, ma ancora simile ad una tribù dove ogni componente mortifica prima sé stesso e poi il proprio corpo con tatuaggi che ne svelano provenienza e vita, errori e virtù, ruolo e potenza.
L’autista (Nikolai Luzhin – Viggo Mortensen) e non il boss è il protagonista in questa vicenda, un siberiano saggio capace di scegliere sempre la migliore opzione per sé e per chi ha accanto. Ovviamente Nikolai non si limita a guidare automobili, è anche uno spietato gangster. Grazie alla sua cattiveria e al suo rigore scala i vertici della famiglia d’appartenenza ricevendo come consacrazione una stella sopra il petto, simbolo di comando e ascesa.
Tutto questo si rivela essere nient’altro che una truffa, un invito a cena con la morte che si consuma in una sauna, tra coltelli in linoleum e corpi nudi, sangue e pelle nera.
Avrebbe potuto pensare di esser stato scoperto, ma l’uccisione veemente e a mani nude dei due killer lascia Luzhin in ospedale in fin di vita, senza tempo per analizzare al passato. Solo ora, in una conversazione smozzicata sul terrazzo dell’ospedale, scopriamo che Nikolai è in realtà è un infiltrato dell’ex KGB, un agente sotto copertura che manovra l’organizzazione dall’interno in collaborazione con l’Intelligence britannica.
Arrivato ad un punto di non ritorno l’autista sceglie di utilizzare l’unico elemento probante valido contro il suo vecchio boss, valorizzando l’incipit narrativo che ha fornito a Cronenberg per l’intera pellicola uno sfondo di accecante normalità dissestata dal dolore.
La superficiale tranquillità del ristorante siberiano, l’antro nero della vicenda, viene distrutta quando una giovane dottoressa/motociclista con zio russo (Anna Khitrova - Naomi Watts) ritrova l’indirizzo del locale nel diario in cirillico di una prostituta minorenne morta in ospedale durante il parto.
Non poteva immaginare che il padre dell’infante fosse proprio Semyon che l’occasione del concepimento fu lo stupro dell’allora quattordicenne appena fatta arrivare dall’Est per divertire i danarosi clienti della City.
Le parole delle ragazza morta riportate in uno stentato inglese con accento russo ricorrono per tutta la pellicola e sono l’unico contrappunto possibile ai silenzi e agli sguardi di Luzhin/Mortensen, una figura ideale per Cronenberg in cui i confini tra bene e male divengono sempre più labili, sino a scomparire.
Se in A History of Violence la scoperta del passato del protagonista dissestava l’intero film con improvvise iniezioni di violenza in Eastern Promises accade l’esatto opposto: è l’amministrazione del male a trovare una pace fredda e insperata, a poter respirare sotto un mare senza fine di sangue e morte, a scoprirsi romanticamente adagiata in interni dominati dal rosso e dal nero.
Bowman
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