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DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI
(Fra 1966)
di J.L. Godard
Alle 15:37 Juliette vede sfogliare le pagine
di un oggetto che nel Linguaggio corrente si chiama rivista.
Un centinaio di fotogrammi dopo, lo stesso oggetto visto da un'altra
ragazza che somiglia a Juliette, potrebbe essere sua sorella, appare
del tutto diverso.
Qual è la verità, allora? Ciò che vede una,
o ciò che vede l'altra?
E di faccia, o di profilo?
Mi chiedo se un oggetto ha diritto di chiamarsi tale,
dal momento che ne abbiamo solo visioni soggettive. Eppure un oggetto
che ognuno
vede soggettivamente diverso è il solo legame che stabilisce
un rapporto sociale e permette di dire che si vive insieme.
Ma allora, poiché il rapporto sociale è così
ambiguo, poiché il mio pensiero é diverso da quello
di tutti gli altri, mentre mi rende simile a loro, poiché
un abisso separa la certezza soggettiva che io ho di me stesso dalla
realtà che io rappresento per gli altri, poiché il
senso di
colpa mi opprime anche quando mi sento innocente, poiché
ogni fatto esterno incide sulla mia vita quotidiana, poiché
non riesco a
comunicare, cioè a capire e a farmi capire, ad amare e a
farmi amare, e poiché ad ogni inutile sforzo mi sento più
chiuso nella mia
solitudine, poiché.poiché, poiché non posso
sottrarmi all'obiettività che mi schiaccia e alla soggettività
che mi esilia, poiché non mi è
consentito di innalzarmi fino all'essere, né di cadere nel
nulla, bisogna che ascolti.
Bisogna che guardi attentamente intorno a me il mondo, il mio simile,
il mio fratello. Guardo il mondo di oggi in cui le rivoluzioni sono
impossibili, su cui grava la minaccia di guerre sanguinose, dove
il capitalismo perde la certezza dei suoi diritti e la classe operaia
rinuncia a lottare per i suoi, dove le conquiste folgoranti della
scienza danno un volto pauroso ai secoli futuri, dove il futuro
è più
presente del presente e le lontane galassie sono alla portata della
mia mano, guardo il mio simile, il mio fratello.
Dove comincia, ma dove comincia cosa? Dio creò il cielo e
la terra. D'accordo, ma è un po' comodo, un po' facile. Per
desiderio di
precisione si potrebbero definire, se non gli inizi, i termini.
Il linguaggio umano è il limite del mondo.
Il mio linguaggio è il limite del mio mondo.
E quando la morte, sempre logica nel suo mistero, verrà ad
abolire questo limite e non ci sarà più né
domanda né risposta, tutto tornerà fluido.
Altrimenti, se le cose avranno contorni netti, sarà soltanto
grazie al sorgere della coscienza, una novità per il mondo.
Ifigenia
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