|
visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
DON'T COME KNOCKING
(USA 2005)
di W. Wenders con S. Shepard
"Ormai ci sono pochi posti sperduti, pochi deserti selvaggi.
E' finita la paura, ma anche l'eccitazione delle montagne invalicabili,
degli spazi infiniti. La comunicazione è globale, Internet,
la tv ci raggiungono dovunque imponendoci una vita falsa, lontana
dai valori autentici, fornendoci notizie manipolate."
Sam Shepard, Maggio 2005.
Sam Shepard è l'anima di Don't come knocking,
il film di Wim Wenders presentato al Festival di Cannes dello scorso
maggio, in cui il regista tedesco ritorna negli amati paesaggi desertici
americani, in quello che dovrebbe essere l'ultimo capitolo della
sua "seconda giovinezza" negli Stati Uniti.
Escludendo Buena Vista Social Club, dove lo spirito documentarista
di Wenders si era sposato perfettamente con il sogno cubano (al
di là dei meriti di Ry Cooder), le successive realizzazioni
cinematografiche dell'autore di Alice nelle città sono state
contraddistinte da uno strano compromesso basato su buone intenzioni
ed ottime scelte formali troppo spesso indebolite da sceneggiature
non eccelse e da una continua ricerca di redenzione, caratteristica
che si esprime chiaramente attraverso tutti i suoi ultimi protagonisti.
Da Crimini invisibili a The million dollar hotel sino a La
terra dell'abbondanza, l'America raccontata da Wenders è
un paese in disgregazione ad ogni livello sociale, pronto a dimenticarsi
dei valori che l'hanno formato per impegnare il proprio libero pensiero
nel controllo sociale, nell'esilio e nell'umiliazione dell'umanità
meno abbiente, nelle paura imposta dalle ossessioni terroristiche.
Don't come knocking è stato scritto in tre anni e mezzo da
Wim Wenders e dal suo protagonista Sam Shepard, autore premio Pulitzer
nel 1979 oltre che attore, musicista e regista teatrale: il racconto
ha come personaggio principale un vecchio, dissoluto ed amato attore
di film western che scompare durante le riprese della sua più
recente pellicola.
Inseguito da un'agente speciale assoldato dagli studios (Tim Roth),
il cowboy percorrerà la sua America (quella delle grandi
province degli stati centrali) alla ricerca delle proprie origini,
prima ricomparendo dopo anni di fronte a sua madre e poi cercando
di ritrovare un figlio dimenticato e mai considerato (oltre che
un antico amore interpretato dalla sua compagna nella realtà,
una splendida Jessica Lange).
Il ricordo dell'epopea del grande Ovest e della sua trasposizione
cinematografica si sovrappongono così al vuoto esistenziale
di un uomo apparso troppo spesso sulle prime pagine dei giornali
scandalistici, ritratto nel vano tentativo di condurre una vita
senza regole in perfetto ed imposto stile hollywoodiano.
La sua fuga è inizialmente l'ennesimo, impossibile, tentativo
di scappare da sé stesso e solo successivamente si tramuta
in una disperata ricerca di riconciliazione oltre che di redenzione.
I toni della pellicola abbandonano spesso la drammaticità
per divenire quelli di una commedia, l'unico modo forse per non
far scivolare nel patetico l'intera vicenda.
Così l'ironia (e l'autoironia) servono per allontanare la
tristezza, ma allo stesso tempo impongono un logico distacco tra
le azioni del protagonista e la sua interpretazione.
Don't come knocking riesce raramente ad emozionare e quando lo fa
è soprattutto per merito della direzione di Wenders, al solito
formalmente ineccepibile e capace di immaginare e ri-creare suggestioni
passate (un uomo a cavallo lanciato verso uno spazio apparentemente
infinito, il rapporto insostenibile tra un gigantesco casinò
e una sala giochi di provincia, un divano abbandonato per strada
che diviene per incanto un luogo senza tempo).
Il fatto di dover cercare questi momenti come oasi di salvezza in
una pellicola di più di due ore dovrebbe sintetizzare quali
difficoltà irrisolte presenta il soggetto scritto con Sam
Shepard ed anche quanto sia complicato oggi per il regista tedesco
riuscire ad esprimersi compiutamente.
Nonostante le buone intenzioni.
Bowman
|
|