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LA DONNA SCIMMIA
(Ita 1964)
di M. Ferreri con U. Tognazzi A. Girardot

Maria (Anne Girardot) è stata battezzata con il nome della Madonna da alcune signore che la raccolsero orfana, quand'ancora era in fasce. La portarono con loro in un convento e li la fecero crescere, impiegandola in cucina, contando sull'aiuto delle monache.
Antonio (Ugo Tognazzi) forse non è stato nemmeno battezzato, questo per lui non fa differenza: vive come può, nonostante abbia la cura di presentarsi piuttosto elegante alla proiezione delle diapositive del viaggio in Africa del Padre missionario che l'ha assunto. Non resiste però molto alla visione: piuttosto affamato si dirige di soppiatto verso la cucina del convento, dove con il suo innato e cialtronesco charme conquista il favore della attempata cuoca.
Mentre mangia ciò che ha raccolto da padelle e pentole, s'imbatte in una ragazza che non vuole mostrarsi in viso.
Incuriosito la corteggia e lei gli rivela il suo volto: è incredibilmente ricoperta di peli.
Nella mente di Antonio scatta la scintilla, faceva l'impresario (così almeno le dice) e le promette libertà e indipendenza. Maria non capisce nemmeno di cosa parli, d'altronde non si è mai allontanata dal convento anche se le lusinghe di quell'uomo le fanno un certo effetto.

A questo punto Ferreri inizia la sua inizia inesorabile composizione. Antonio maschera con l'affetto (anche se effettivamente conta più sull'ingenuità della sua protetta) il suo interesse per Maria tanto da non dovere nemmeno insistere troppo per convincerla ad esibirsi come trofeo di un safari africano: nasce così la donna scimmia, attrazione per cittadini e turisti sprovveduti che cadono fatalmente nella truffa orchestrata dal "geniale" uomo d'affari.
La fiducia che Ferreri ha nell'umanità è pari a zero (se non meno): questa favola dall'aspetto crudele in fondo nasce dall'attenta osservazione del comportamento umano, della sua attitudine a soggiogare e irretire le persone più deboli indipendentemente dal loro essere "fenomeni" (come viene definita Maria in più di una occasione, quasi nemmeno le fosse consentita la dignità di considerarsi una persona a tutti gli effetti).
Antonio dopo averla fatta esibire nella giungla allestita nel suo garage la vorrebbe consegnare, in affitto per un paio di giorni, ad un viscido professore interessato più alla verginità della ragazza che non al suo caso: Maria reagisce, scappando nell'unico posto sicuro che le rimane, il convento.
Ma anche in questo caso la volontà di Antonio è più forte (e il denaro è un linguaggio che anche il clero comprende benissimo…): la prende in moglie, ingannandola di fronte a Dio, per non perdere la sua unica fonte di sostentamento.
Ormai completamente padrone della sventurata, usa tutto il suo dominio psicologico per portarla con sé a Parigi e farla esibire nuovamente come donna scimmia, ma in grande stile e con un finale diverso, più adatto alla moderna platea francese: grazie ad un venerabile impresario Maria diverrà l'attrazione principale di un locale di striptease.
Il suo corpo è perfetto, ma ricoperto di peli: Antonio si obbliga a cederle sessualmente, per paura probabilmente che lei non gli obbedisca più.
Maria a Parigi si sente malata: il dottore non ha dubbi è incinta.
Il medico prima di abbandonare la paziente dopo la visita si ferma a parlare con Antonio (a cui dice apertamente quello che pensa:"lei è un mostro") e consiglia vivamente di sospendere la gravidanza per non generare un altro freak.
La coppia ora è messa a dura prova, Maria sembra finalmente comprendere che l'unico interesse del marito è il denaro: già pensa a come far debuttare su un palcoscenico il nascituro, poche ore dopo esser venuto a conoscenza del cosiddetto lieto evento.
Il suo essere padre è un particolare trascurabile, anche se i primi timidi segni di affetto sembrano nascere in lui. E' troppo tardi purtroppo: madre e figlio muoiono poco dopo il parto.
Antonio ha un barlume di umanità mentendo a Maria, in punto di morte, sulla sorte del piccolo: le racconta che sta bene, seppur nell'incubatrice, e che non ha difetti di sorta.
Poco dopo la ragazza, finalmente in pace, si abbandona alla nera mietitrice…
Il colpo di genio di Ferreri è nel finale: Antonio ormai senza una lira, manifesta di fronte ad un edificio deserto.
Subito dopo il trapasso, ha ceduto la moglie e il piccolo ad un Museo di Scienze Naturali (ovviamente previo pagamento): ora chiede gli vengano restituiti così da concedergli una sepultura cristiana.
Nulla di tutto ciò ovviamente: un altro "geniale" lampo nella mente dell'uomo gli ha consentito di trovare la via per un profitto eterno. Sarà lui a sfruttare l'imbalsamazione del museo per poter vivere, di certo dignitosamente, mostrando moglie e figlio, come un trofeo che gli è appartenuto.

Una desolante parabola sul mito del denaro e sulla forza con cui è in grado di corrompere l'intelletto umano, sino a divenirne parte integrante, anzi motore di ogni azione.
L'interpretazione straordinaria di Ugo Tognazzi (perfetto per il ruolo e per la naturale cattiveria della sue battute) e Anne Girardot (triste e remissiva, emozionante nella sua impotenza) vale da sé la visione di La donna scimmia: nell'attore mantovano troviamo forse il miglior inteprete delle commedie grottesche e corrosive di Marco Ferreri.
Un regista vitale e anarchico, perennemente scomodo, in grado di tratteggiare con sicurezza e ardore il suo odio nei confronti delle convenzioni sociali e dei falsi moralismi, ovvero le pietre angolari su cui poggia il nostro intero sistema.

Bowman