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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
DOGVILLE
(Dk 2003)
di Lars Von Trier con Nicole Kidman, Lauren Bacall
Sul set serpeggia il nervosismo.
Gli attori costretti a improvvisare, ad essere veri in una città
inesistente,"disegnata" all'interno di un capannone industriale,
non riescono a comprendere le indicazioni del regista che, a loro
discolpa, non si può certo dire sicuro del risultato che
vuole ottenere.
C'è una sceneggiatura ovviamente, ma come spesso accade è
stata scritta e approvata con grande anticipo rispetto al primo
ciak: Lars Von Trier la scruta, alla ricerca di chissà quale
particolare illuminante, non troppo convinto della resa su pellicola
delle sue idee.
Il problema, a sentir lui, è l'eccessiva libertà che
i produttori gli hanno sempre accordato. E' quasi convinto che nessuno
gli sia così affezionato da dirgli la verità sulle
sue scelte: semplicemente approvano, attendendo che sia lui a togliere
l'ennesimo coniglio dal cilindro, in grado di sorprendere e spiazzare
pubblico e addetti ai lavori.
Durante le sei settimane di riprese il regista danese fa montare
esternamente al capannone in cui è montato il set, un piccolo
confessionale ("freedom of speech") con telecamera fissa
dentro il quale gli attori possono liberamente esprimersi al riguardo
della lavorazione di Dogville.
Su quei volti la serenità non esiste. Lo stato d'animo del
cast è sintetizzato dalle parole di Ben Gazzara, simbolo
del cinema indipendente americano: "Dio perdonami perchè
ti avevo promesso che non avrei mai girato un altro film con un
regista pazzo".
Von Trier è agitato dai dubbi, raramente riesce a controllarsi,
a trattare con gli attori come vorrebbe, vale a dire in maniera
giusta ed equa con ognuno di loro: in soggezione con Lauren Bacall
e Ben Gazzara, disposto ad ascoltare (e in alcuni casi a farsi consigliare)
con Nicole Kidman e Stellan Skarsgaard, dispotico o accomodante,
ma mai arrendevole con tutti gli altri.
La sua differenza di trattamento emerge dalle sue parole durante
una lancinante conferenza stampa, dove si tortura e prova le pene
dell'inferno ad ogni intervento e dimostra come il lavoro di pubbliche
relazioni non sia l'esatto compito di un regista: gli attori, soprattutto
quelli più giovani e meno affermati, tendono a fingere di
fronte ai giornalisti raccontando l'esatto contrario di quanto avviene
ogni giorno.
Nessun dissapore, il regista ha le idee chiare, molto chiare, siamo
tutti soddisfatti ecc.ecc.
Recitare in una città che non esiste, segnata da linee sul
terreno, senza nessun muro e con qualche finestra, identificata
da qualche elemento d'arredo e dai cambi di luce, rende ancora più
difficile trasformare la finzione in realtà, allontanandosi
in maniera netta dalla forma denunciata del palcoscenico di uno
spazio teatrale.
Sviluppando una minima parte di un'opera di Brecht, Von Trier si
muove in un mondo fantastico ispirato all'arte totale annullando
scena dopo scena, l'irrealtà di quello che stiamo vedendo:
lo stage aperto non limita la nostra visione, anzi la eccita sfruttando
innumerevoli piccoli particolari per mezzo di movimenti di macchina
nervosi, irrazionali, rivelatori.
Vedere il regista al lavoro permette di comprendere come i suoi
spostamenti e le sue inquadrature, apparentemente incomprensibili
agli attori, tendano ad annullare lo spazio cinematografico, a nascondare
la macchina da presa per poi farla riemergere prepotentemente durante
la fase di montaggio.
Dogville ha preso forma in questo modo, costruendosi su una serie
di piccoli inserti instabili collegati da una voce narrante, cinica
e ottocentesca, in nove capitoli ed un prologo: il risultato finale,
viste le difficoltà macroscopiche affrontate sul set, è
stupefacente.
Il film è l'ennesimo (calcolato?) azzardo di uno dei registi
più sorprendenti (e arroganti in un certo senso
) degli
ultimi vent'anni: un nuovo incontro con l'America, mai visitata
dal cineasta danese, in particolare con gli anni '30 di un piccolo
paese sulle montagne rocciose la cui tranquillità, impossibile
da smuovere attraverso modeste "argomentazioni" verbali,
viene letteralmente spazzata via dall'arrivo di Grace (Nicole Kidman),
una splendida ragazza inseguita da feroci gangsters di città.
L'incontro di Grace con Dogville è allo stesso tempo l'incontro
di due anime americane, simili per quanto superficialmente differenti,
ed è l'occasione per Von Trier di affrontare alcuni lati
che ritiene peculiari degli Stati Uniti: l'apparente civiltà
e democrazia, il cosiddetto riarmo morale, l'assenza di scrupoli
e il pragmatismo (nel commercio come nella vita quotidiana, tanto
che l'uno ormai non possa esistere senza l'altro), l'esercizio del
potere e di un metro di giudizio unico per tutti e per di più
insindacabile.
La realtà di Dogville è nell'arroganza dell'accettazione
senza remore, nella volontà di sentirsi superiori agli altri
per la propria accodiscendenza, nella capacità di rinfacciare
quanto viene offerto nascondendosi dietro l'amministrazione della
giustizia.
Questo sistema strisciante riduce l'altrettanto accondiscendente
Grace ad una schiava, pronta ad accettare stupri in serie e meschinità
assortite, messe in pratica l'una dopo l'altra, senza sensi di colpa
vista la scelta della comunità di guardare altrove per il
bene della cittadina, al solo scopo di mantenere l'eterno e immutabile
stato delle cose.
Non c'è amore a Dogville, anzi i sentimenti vengono ridotti
ad un semplice interesse, nonostante i proclami e le "argomentazioni"
di uno scrittore inesistente, fallito e calcolatore.
Venduta infine ai gangsters che la cercavano, Grace può riabbracciare
il padre (James Caan) ovvero il boss in persona che l'aveva fatta
inseguire dopo un litigio: si riappacificano, trovano anche inaspettati
attimi di tenerezza nel confortevole interno della loro automobile,
mentre il paese chiuso all'esterno è in subbuglio.
Grace potrà amministrare il potere del padre, fin da subito
se vorrà: se lo farà sarà per migliorare il
mondo in cui vive, per fare in modo che le persone possano offrire
senza remore il meglio che possono.
Ma quello che Dogville le ha potuto offrire è stato abbastanza
buono?
La risposta è nei rivelatori cambi di luce che la luna offre
alla cittadina, pronti a mostrare ognuno per ciò che è:
un cane affamato, in attesa di un osso con ancora della carne da
spolpare, pronto a difendere in ogni modo la propria sopravvivenza.
Questa improvvisa verità genera lo sterminio finale, che
cancella ogni possibilità, presente e futura.
I gangsters sparano senza remore sugli abitanti della città:
nessuno sentirà la mancanza di Dogville, illuminata per l'occasione
da un cielo rosso sangue mentre Grace, autrice del giudizio finale,
si allontana nell'auto del padre.
Il solito cane abbaia, questa volta prendendo vita dal disegno sull'asfalto
che lo raffigura, dopo aver ringhiato inutilmente per giorni: toccherà
a Young Americans e a David Bowie riportarci a casa con niente più
che delle immotivate, residue, speranze.
Bowman
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