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THE DEPARTED
(USA 2006)
di M. Scorsese con L. Di Caprio J. Nicholson M. Damon
Scorsese ritorna a raccontare storie di gangster.
Si vocifera come ad ogni nuova uscita dal 1976, anno di Taxi Driver, di un possibile celebrativo Oscar che lo ripaghi di anni di delusioni e vittorie puramente morali (qualche mese dopo questa recensione The Departed riceverà il tanto sospirato Academy Award per il miglior film).
Il cast sarebbe la felicità di ogni regista e basterebbe (sparso) per almeno quattro film d’ambientazione differente: agli ordini di Martin Nicholson, Di Caprio, Damon, Sheen, Baldwin, Wahlberg più decine di onorati caratteristi.
The Departed racconta uno scambio di ruoli, il cuneo del male nel cuore del bene e viceversa. Bianco o nero, in realtà ben poche differenze. Una trama forse troppo centrata sulla tecnologia e sui suoi difetti ed avvinghiata alla presenza di Nicholson, autore di un’interpretazione che rilegge il suo interprete e mille altri ruoli contemporaneamente senza che ai miei occhi abbia mai una vera credibilità come Frank Costello, iconico boss della mafia irlandese.
L’apertura con una Gimme shelter luciferina in sottofondo e il caro Jack a spargere zolfo tutt’attorno in un modesto bar di Boston tra preti, suore e chierici è un’introduzione eccitante che non lascerà seguito.
Matt Damon bravo ed odioso a recitare la parte del buono mentre dentro è completamente marcio e Di Caprio in parallelo come sbirro infiltrato con un’elevatissima morale a compiere nefandezze con la banda di Costello.
Sheen, Baldwin e Walhberg, i capi della polizia a tirare le fila e a non comprendere il gioco che hanno sotto gli occhi.
Specchi e riflessi amplificati dalla tecnologia, dai telefoni cellulari, dai rilevamenti satellitari e dalle intercettazioni.
Colonna sonora sempre e infaticabilmente presente a sottolineare amori, delusioni, sesso, sparatorie, sfide all’OK Corrall.
Scorsese riprende il discorso interrotto con Bringing out the dead, ma con sentimenti diversi, cosparso com’è di divi e d’aurea cinematografica. Argina la tendenza a perdersi tra caso e involontaria comicità, tra l’istrionismo di Nicholson e la compattezza di Di Caprio, che fornisce quella che ad oggi è la sua migliore interpretazione nei panni di un ragazzo cresciuto alla svelta ed avvezzo ad ogni disgrazia.
Scorsese mantiene inalterato lo stile idolatrato e pieno di proseliti raggiunto con la maturità mentre Leonardo Di Caprio accetta di essere l’erede di una dinastia senza fine: investito della responsabilità di nuova icona, simbolo di una Hollywood che sta inconsapevolmente crollando sotto la mancanza di idee. Benedice lo sguardo paterno di un maestro sposandosi ad esso, affidandogli la sua crescita, chiedendogli il biglietto per il paradiso come se lui da solo non fosse incapace di ottenerlo.
La regia e il piglio narrativo di Martin abbandonano la necessità di “insegnare qualcosa” a chi guarda e in questo senso il passo avanti nei confronti di opere mediocri, ma piuttosto pretenziose nel loro luccichio come Gangs of New York o The Aviator è netto.
The Departed è la nostra contemporaneità in cui è la realtà a prendere il sopravvento, annullando ogni riferimento estetico in un’orgia di citazioni e stereotipi.
C’è poco fascino, piuttosto una sensazione di “già visto” che non abbandona.
Non mi riferisco all’originale ottimo Infernal Affairs a cui s’ispira la narrazione e la piega morale della pellicola, piuttosto al fatto che The Departed ha un unico difetto a livello macroscopico ed è proprio quello di essere, apertamente, un film.
Certo Martin conduce il gioco con maestria, per quanto possa essere scontato sottolinearlo.
Coinvolge, intrattiene e quant’altro, ma nulla scalfisce la finzione. La confezione è sontuosa, i movimenti di macchina, l’occhio del regista e la caratterizzazioni ineccepibili.
Se manca qualcosa, forse è un’anima, un barlume di realtà capace d'intravedersi nella versione made in Hong Kong di Lau e Mak.
Infernal Affairs senza potersi giovare di una produzione alla Scorsese riusciva soprattutto nel suo primo episodio a mantenere una tensione narrativa e spettacolare che si trasforma profondamente nel suo remake statunitense per altro più ricco e completo non solo sotto l'aspetto visuale, ma anche narrativo (il finale di The Departed amplia la riflessione da un semplice scontro a due ad un livello più ampio e indefinito).
Rimane sotto traccia un’umanità sfiduciata, sempre in vendita, senza speranza e costruita sulla finzione. Il bene e il male s’annullano su strade parallele eppure destinate ad incrociarsi, giusto a ribadire un’incrollabile pessimismo che nient’altro è se non amaro realismo. Nulla cambia anche se tutto è capovolto mentre la morte è sempre lì ad attendere, proprio dietro l’angolo.
Bowman
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