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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
DEATH PROOF
(USA 2007)
di Q. Tarantino
Anche se ambientata in una recente contemporaneità, la pellicola dice tutt’altro. Graffi e colori non mentono, Death Proof è intriso di anni settanta sino al midollo.
La riesumazione di un genere, ma soprattutto la sua rilettura/omaggio passa anche da queste cose. Tarantino si permette un film quasi completamente teorico travestendolo da ironico b-movie on the road fondato essenzialmente sulla percezione dello spettatore che se ne stava semisdraiato in un cinema di periferia a riempirsi di più o meno spettacolari pellicole trash offerte al vantaggioso prezzo di una visione per due.
Non importava molto se mancavano rulli (faceva parte del gioco e lasciava al “sogno” il compito di completare le immagini) o se gli ammiccamenti erano troppi espliciti, anzi.
Le Grindhouse erano la sublimazione del cinema commerciale, luoghi dove le due maggiori attrattive per il pubblico medio non erano nascoste da tonnellate di perbenismo, ma mostrate in tutta la loro accecante semplicità.
Sesso e morte, erotismo e thriller, donne e violenza. Nient’altro.
A questo fulcro chiave del cinema contemporaneo si dedica ancora una volta Tarantino, scegliendo una strada già segnata, ma abbandonata da anni perché divenuta incapace di sortire gli effetti monetari percui era stata creata.
La generazione nata delle pellicole mostrate nelle Grindhouse creò un fenomeno commerciale in grado di decapitare tutto il nuovo cinema hollywoodiano a favore di scaltri ragazzetti tecnicamente ineccepibili cresciuti a dosi massicce di b-movies di cui Roger Corman e Russ Meyer erano solo la parte emersa di un’enorme iceberg (dietro di loro un folto sottobosco, non solo americano, andato negli anni a costituire il background su cui Quentin agisce, un’orgia d’immagini inestricabile da cui ogni volta riesce ad estrarre citazioni doc e stronzate in grado di costituire la sua ormai inimitabile cifra stilistica).
Così seduto in poltrona e calatosi completamente nei panni dello spettatore che fu Tarantino ha ammirato la sua ultima prova e poi l’ha deturpata consapevolmente introducendo errori in doppiaggio, nastri che si sfilacciano, tagli eseguiti con l’accetta e bruciature, blocchi narrativi mancanti e due o tre differenti titoli di testa giusto per confondere le acque (Death proof compare come un taglio nero sul titolo originale ed esercita un incomprensibile fascino a metà tra censura ed esotismo) e per restituire a chi guarda le medesime sensazioni che i problemi alla pellicola o all’audio o al proiettore davano al popolo di cinefili e redneck che affollava le Grindhouse.
Per farlo sceglie come soggetto un serial killer ex stuntman (Kurt Russell), una figura di secondo o terzo piano condannata ed esistere cinematograficamente solo durante incidenti o situazioni ad alto rischio, rimanendo comunque invisibile ai più.
Un uomo cancellato nell’era dell’immagine che solo grazie alle cicatrici che porta in volta può vantare una minima credibilità. La sua macchina certo non depone per lui, un vecchio bolide nero con un teschio sul cofano. Un’automobile a prova di morte (da cui il titolo Death proof), ma solo per chi la guida…
Attorno a lui, donne. Ballano, si dimenano, bevono e fumano, si disperano, ammiccano, ma soprattutto parlano e mentre lo fanno si lasciano ammirare. Tarantino sceglie una direzione soft core per restituirle nel loro splendore di femmine abbandonate, prede dotate d’artigli e di qualsiasi altra cosa un uomo possa desiderare.
Bambole di carne in attesa di un mostro metallico.
Death Proof s’impenna su due scene chiave che spezzano completamente il ritmo del film: in entrambe la minaccia diventa reale quando Russell può metter in scena il suo ironico e sfrenato gusto per la morte ad alta velocità, l’unico modo in cui uno stuntman in pensione può pensare di provare la sua esistenza oggi che non solo rivali più giovani, ma anche i computer hanno preso il suo posto.
La conclusione della “caccia” iniziale ha come terminale uno spettacolare frontale che ripreso e montato secondo più punti di vista lascia a bocca aperta per velocità e veemenza. Dopo l’introduzione di quattro nuove potenziali vittime (una stunt-woman – Zoe Bell controfigura di Uma Thurman e qui nei panni di sé stessa – un'attricetta, un'assistente di produzione e una make up artist – Rosario Dawson, sempre a suo agio in ogni ruolo), Russell o meglio Stuntman Mike ritorna a nascondersi.
La sua è una presenza impalpabile mentre la scena è tutta per i dialoghi delle nuove arrivate, chiacchere noiose e non sense disseminate di dissertazioni cinematografiche mentre la macchina da presa blandisce le protagoniste con movimenti circolari.
Tutti elementi scelti con apparente noncuranza che si rimescoleranno nella conclusione di Death proof dove dopo un primo inseguimento, le parti di vittime e carnefice si scambieranno procedendo in modo completamente opposto rispetto alla prima parte.
Il ribaltamento finale in cui la povera donzella non è più vittima, ma furiosa vendicatrice è uno script che affascina Tarantino dalla notte dei tempi e qui ne abbiamo l’ennesima riprova. L’inseguimento per quanto si sdoppi vive di momenti di continua tensione sino a sfociare in una corsa ad eliminazione che vede le due vecchie, ma potenti automobili protagoniste apparire all’improvviso su una superstrada tra SUV, berline e decappottabili ultimo modello (una sequenza capace di rappresentare in pochi secondi l’intero progetto Grindhouse...).
Tarantino dialoga da anni col cinema passato e presente creando qualcosa che non c’è più e probabilmente, in questa forma derivata e cosciente, non è mai esistito.
Death proof è un film scarnificato, ridotto all’osso e costruito come un tempo su due momenti principali che il resto della pellicola cerca tanto di anticipare quanto d’occultare. L’attesa si riempie di nulla, ma è pura eccitazione, sete di sangue, voglia di massacro.
Bowman
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