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CRACKED ACTOR
(UK 1974)
di A. Yentob con D. Bowie


1974. Guardare al decennio successivo sarebbe parso un azzardo, ancor più basandosi sulle teorie di George Orwell, nonostante mai futuro fu più atteso. David Bowie dai libri di Orwell voleva trarre un musical che si trasformò strada facendo in Diamond Dogs: solo qualche mese prima aveva abbandonato clamorosamente le scene sotto gli abiti e il trucco di Ziggy Stardust con un ultimo show alimentato dalla leggenda di una morte inscenata sul palco.
Niente di tutto ciò, ovviamente, anche se la componente teatrale rimase l’unica superstite nel repertorio di Bowie al di là degli scintillii glam dei primi anni settanta, oltre quel personaggio da cui non riusciva più a scindersi.
“I’ve been mixed up, really mixed up man” confessa durante una lunga intervista a Alan Yentob, regista di questo documentario girato per la BBC alla vigilia dei primi veri successi americani di David. Sconvolto da Ziggy e dalla sua ambiguità, dal ruolo di ultima rockstar elevata a messia di una generazione.
Giocò con i sessi e con il sesso, intraprese i primi rapporti con le droghe e i segni si leggono chiari su volto e corpo oltre che nei tic che la cocaina porta inevitabilmente con sé: seduto nel retro di una limousine e preoccupato per le sirene spiegate della polizia non può far altro che fiutare l’aria, replicando un gesto che divenne routine proprio a partire da quei giorni. Il primo sogno americano di Ziggy Stardust non fu Aladdin Sane (quella era pura cronaca...), ma Young Americans. Apparizioni notturne di uomini vincenti e ammalianti costruite su luci al neon irradiate dalla voce di Aretha Franklin.
Non il rock quasi punk degli Spiders from Mars, ma un soul di plastica ammiccante ai primi vagiti disco deviati dal funk: il cabaret dell’inferno che va in scena ogni ventiquattrore nelle cattedrali di cemento di Las Vegas, un museo di celebrità di cera nascosto nel deserto ed in perenne attesa di un’altra volgare caricatura.
Bowie spostò il punto d’interesse del trionfale Diamond Dogs Tour dalle follie apocalittiche di Hunger City alla nascita di un idolo pop edulcorato, un performer capace di scivolare da un’interpretazione all’altra senza lasciar trasparire emozioni e il cui unico interesse è la riuscita dello show.
Sospeso su una sedia panoramica (Space Oddity) o legato da tarantolati cani danzatori (Diamond Dogs), con un teschio in mano, una sorta di mantello e gli occhiali da sole (Cracked Actor) o avvolto in un trench oversize (Sweet thing/Candidate) Bowie passa da un ruolo all’altro come una star pagata per compiacere il pubblico con la sua sola presenza. Altero e funkeggiante, perso nei suo pensieri e tenuto in forma dalla cocaina, il ritratto che poco alla volta prende forma in Cracked Actor è raggelante.
Un ventisettenne distaccato, capace di parlare dei due anni precedenti come del secolo scorso.
Mostra i costumi realizzati per lui da Yamamoto nel 1972 come reliquie appartenute ad una generazione di re ormai scomparsa. Appare felice d’essersi allontanato dal fantasma della sua creazione precedente, ma per farlo è dovuto divenire un'ombra capace d'animarsi solo on stage o per qualche saltuario ed inebriante stream of consciousness. Nicholas Roeg lo notò con un cappello a larghe falde abbandonato sul retro di un’automobile e ne fece l’interprete ideale de L’uomo che cadde sulla terra, annichilendolo davanti a innumerevoli schermi tv. Un’altra idea presa dalla produzione di Yentob che sfidò la glacialità di David mettendolo di fronte alle immagini girate da D.A. Pennebaker per il concerto di chiusura di Ziggy e degli Spiders from Mars. In risposta: nessun commento e qualche attimo di compiaciuta noia.
Gli occhi gli si velarono di lacrime solo di fronte alle immagini dell'esecuzione per voce e chitarra di My death (Bowie ricanta sommessamente il testo di Brel convinto della verità delle parole del suo autore, parole che sentiva in modo evidente ancora addosso a sè). Nel rutilante mondo di David gli spazi per i momenti d’umanità s'erano quasi ridotti a zero: qualche sorriso durante le prove con i coristi, Luther Vandross in primis, ma con l’atteggiamento da padrone in casa che passa in rassegna (con divertimento) l’amabile servitù.
Bowie non aveva più una band alle spalle, spesso era solo in palcoscenico con una semplice luce puntata addosso.
Il suo show, acclamato in tutto gli Stati Uniti e mai giunto in Europa, è il compendio del suo autore: un susseguirsi d’immagini evocative narrate alla perfezione e sostenute da un suadente tappeto di percussioni e fiati in cui il rock n roll che lo proiettò ai vertici è solo una parentesi smorzata dal funk.
Bowie si sforza d'apparire in totale controllo praticamente in ogni occasione. Smarrito dietro spettacolari occhiali da sole e acconciature vaporose, si ritrovò costretto a inventare un nuovo ruolo tout court come anestesia alla tanto ricercata celebrità, ad una vita d'eccessi che ormai debordava tra pubblico e privato. Tramutato in un attore ansioso e ferocemente consumato dall’interno, eccolo sorridente al commiato tra le pailettes di John I’m Only Dancing (Again) mentre un aereo s’allontana lasciando l’audience ad ammirare uno dei primi esempi riusciti di soul dagli occhi azzurri. Ancora impossibile da immaginare, Berlino era già dietro l’angolo.

Bowman