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visioni:recensioni A-Z / SHORTCUTS / DIRECTORS / YEARS
THE CONNECTION
(USA 1962)
di S. Clarke
Appartamento semi distrutto, New York City.
Primavera 1962, fuori fa caldo ma questi sei ragazzi hanno altro
per la mente.
Grazie all'ospitalità di Leach hanno almeno un tetto dove
ripararsi ed approffittare del tempo a disposizione per improvvisare
jam session e assoli jazz.
L'attesa è un momento chiave, soprattutto nella vita di un
tossico.
Poter suonare mentre si attende l'arrivo del proprio pusher è
quanto di meglio si possa chiedere, sperando ovviamente che lo spacciatore
non arrivi in ogni caso troppo tardi.
In momenti del genere non basta uno strumento per mantenere la calma,
il nervosismo e la disperazione prendono il dominio e la possibilità
di un litigio o di una rissa cresce esponenzialmente.
Il regista indipendente Jim Dunn
ha chiesto ai sei inquilini di Leach di poterli filmare in uno di
questi pomeriggi spesi ad aspettare Cowboy, il nero salvatore di
bianco vestito, portatore d'eroina e dispensatore di dosi, promettendo
in cambio della loro presenza scenica di pagare la modica quantità
richiesta per l'indispensabile autodistruzione quotidiana. Dunn
si trova in un covo di belve e la situazione gli sfugge spesso di
mano. Il suo cameraman JJ rimane trincerato dietro la macchina di
presa e continua a girare qualsiasi cosa accada, anche quando il
regista gli chiede di fermare la registrazione, preso com'è
a dare indicazioni al gruppo di eroinomani.
Lo ascoltano, ma non sembrano prestargli molta attenzione.
L'arrivo di Cowboy cancella poi ogni volontà. La coda verso
il paradiso è lunga e nel bagno non c'è posto per
più di due persone: gli altri attendono suonando e importunando
una vecchia sorella dell'esercito della salvezza che il pusher ha
inspiegabilmente condotto con sé.
Dunn perde ogni controllo nei confronti del suo improvvisato cast,
si trova anzi in posizione d'inferiorità psicologica e dopo
aver formulato una sequela di frasi fatte si trova obbligato a provare
l'eccellente qualità dell'eroina di Cowboy, così che
la sua prospettiva muti e si avvicini a quella dei suoi attori.
La direzione si affievolisce, i racconti aumentano e Leach per poco
non muore di overdose mentre alcuni scarafaggi circolano liberamente
per la stanza.
La presentazione firmata da JJ
annunciava la visione di un film documentario sulla realtà
di un gruppo di tossicodipendenti in un appartamento in attesa di
essere riforniti: la particolarità consiste nel fatto che
il regista incapace di concludere il lavoro per come lo aveva progettato,
ha lasciato piena libertà al proprio cameraman per realizzazione
e montaggio.
Assistiamo così ad una sorta di presa diretta, work in progress
impossibile da completare, con la macchina spesso fuori fuoco e
costretta a movimenti repentini per seguire le vicissitudini di
ognuno dei componenti del gruppo, incurante o intimidito a seconda
dei casi. Tra sproloqui filosofici e tentativi di risse non solo
verbali, in The connection il reale appare in tutta la sua crudezza
cancellando ogni legame con la finzione cinematografica.
Tutto questo è vero? No. E' perfettamente messo in scena.
Shirley Clarke basandosi su un dramma presentato qualche mese prima
all'Irving Theatre conduce magistralmente una pellicola impossibile
da decifrare sino alla sua conclusione. Convinti di trovarci di
fronte agli scarti di lavorazione di Jim Dunn solo al termine comprendiamo
come lo stesso Dunn sia parte del gioco e come i dubbi che saltuariamente
ci avevano assalito fossero più che legittimi, anche se nascosti
ad arte dall'improvvisazione dei pochi attori professionisti presenti
sul set.
The Connection è un ottimo esempio di produzione indipendente
americana, nato sulla scia di Ombre di Cassavetes e antesignano
della spudoratezza di Warhol che su questi argomenti e litigi costruirà
l'inaspettato successo di The Chelsea Girls: era il 1962 e ad Hollywood
ci vorranno ancora una decina d'anni per comprendere le potenzialità
di autori indie, poi piegati senza fallo al mainstream dalla logica
degli studios.
Shirley Clarke conduce il gioco sul filo del rasoio e lo conclude
con un inquadratura prolungata dall'alto puntata sull'interno in
cui si è svolta l'azione con un apparente grandangolo: una
composizione della scena oggi ascrivibile alla cifra stilistica
di David Lynch, in cui tutti i protagonisti sono rivolti verso la
camera in una sorta di istantanea post mortem, congelati nel loro
stato di realtà ricostruita ad uso e consumo della macchina
da presa.
Bowman
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