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IL CONFORMISTA
(Ita Fra 1970)
di B. Bertolucci con J. L. Trintignant S. Sandrelli D. Sanda
Come abbracciare l’ideologia di una dittatura senza restarne scossi nel profondo? Come scegliere di appartenere al fascismo senza in fondo esserne parte? L’iperbole già delineata nel testo originale di Moravia viene portata a nuova luce da Bernardo Bertolucci nel 1970 con una trasposizione molto personale del romanzo dello scrittore romano. Jean Louis Trintignant è Marcello Clerici, giovane bisognoso di normalità e assuefazione alle regole per cancellare gli ultimi residui della propria coscienza, pronto a divenire parte dell’OVRA (la polizia segreta del ventennio) come volontario per dimostrare la propria entusiastica appartenenza al regime e meritare un futuro migliore. Anzi, un futuro normale. Conforme. Senza tracce di un passato in cui bambino si convinse di aver ucciso un omosessuale con cui si era più o meno innocentemente appartato. Una moglie mediocre (Giulia – Stefania Sandrelli), un matrimonio in chiesa, un viaggio di nozze a Parigi, lo shopping e la torre Eiffel, la borghesia italiana pronta ad accoglierlo nel suo caldo ventre.
E sotto la superficie un omicidio da compiere in terra di Francia, vittima designata il vecchio professore di filosofia che per primo lo fece ragionare su un mondo sempre più schiavo delle ombre. Platone e la caverna, riferimento semplice, universitario, da cui Marcello non si è mai staccato: così convinto della sua veridicità da divenire lui stesso ombra, in mancanza di alternative plausibili visto che il docente (Quadri – Enzo Tarascio) che l’illuminò preferì la fuga oltralpe, al sicuro dopo vent’anni di olio di ricino e prigionie.
Bertolucci ai tempi quasi trentenne non conobbe in modo diretto il fascismo: sullo schermo la sua riformulazione è soprattutto teorica, volta a svelarne debolezze e psicologia in un trionfo di luci e allestimenti derivati dagli anni ’30 e '40. Una messa in scena affascinante che vive soprattutto nella prima ora di continue sorprese e cambi di marcia sia a livello narrativo sia a livello estetico (l’effetto delle persiane nella casa della fidanzata, lo studio radiofonico, il ministero, la villa della madre, l’abitazione di Ventimiglia, il manicomio, la confessione). Intrecciando la missione francese con gli ultimi giorni romani prima del matrimonio e svelando il vuoto incolmabile dell’aspirante borghese Clerici, Bertolucci traccia un ritratto impietoso delle deviazioni private dell’uomo fascista: sadico, voyeur, eccitato dal male e dalla perversione, così in soggezione rispetto al potere da esserne schiavo al solo pensiero di poterne divenire un ingranaggio intoccabile. L’adesione al Partito Nazionale Fascista si trasforma in un lasciapassare sociale, un battesimo in grado di cancellare ogni peccato originale.
Ne Il conformista la componente erotica si afferma come guida lasciva di un mondo destinato a vedere annullate le proprie residue certezze: Dominique Sanda (la moglie del professore, Anna, ma anche due prostitute da cui Clerici è attratto prima di raggiungere Parigi) e Stefania Sandrelli assurgono al ruolo di vestali di un rito svuotato di ogni significato, la prima chiusa nella propria altera paura, la seconda in un’ignoranza inscalfibile e così popolare da divenire - in un attimo - borghese.
Bertolucci ricompone suggestioni espressioniste e moderne lasciando uno sviluppo più classico e armonico ai contenuti dopo i fuochi d'artificio iniziali. Indiscutibile e senza dubbio riuscita la manomissione della costruzione narrativa ideata da Moravia, in particolare la sovrapposizione dei piani temporali sino al momento cardine dell'assassinio di Quadri, ripreso con carica eccezionale e sottolineato da un uso sapiente della camera a spalla dopo lunghi attimi di stasi. La successione d’eventi e l’orchestrazione degli stessi raggiunge un livello mai neppure avvicinato dal regista parmense nelle prove precedenti: la fotografia di Storaro dona al film una compattezza che riesce a superare con il fascino ipnotico della mise en scene ogni impasse della sceneggiatura da cui si intuiscono anche forti componenti autobiografiche (per esempio l'indirizzo e il numero di telefono di Quadri sono gli stessi di Jean Luc Godard, "padre" del cinema moderno che l'autore figurativamente vorrebbe uccidere con in un'ennesima riproposizione del mito edipico).
Il modo in cui Bertolucci ritrae il fascismo ha un forte connotato ironico e grottesco: nonostante il disprezzo di fondo sia evidente sopravvive un’attrazione insopprimibile verso la comprensione del fenomeno, alle ricerca delle componenti psicologiche che possono spingere un individuo a fondersi con le idee dominanti di un regime totalitario arrivando alla completa spersonalizzazione.
In questo senso la codardia di Marcello è un elemento chiave che appare chiaro nella sue inazioni francesi: non uccide Quadri, lasciando siano altri sicari ad occuparsene, non aiuta la di lui moglie di cui avrebbe voluto essere amante quando vicina alla morte lo implora di salvarla urlando come un animale al macello. Resta spettatore, la pistola abbandonata sul sedile, la mente lontana dallo sguardo e dalle parole di rimprovero, dette all’aria, dall’autista Manganiello (Gastone Moschin), uno che fascista lo è per davvero e i vigliacchi non li ha mai sopportati.
Ancora segnato dalla violenza dell’omicidio in un gioco di riferimenti che chiama in causa tanto il delitto Rosselli quanto il Giulio Cesare di Shakespeare, il film cambia registro trasferendosi a Roma nei giorni della deposizione di Mussolini e della nascita del governo Badoglio: l’interno dei Clementi è abitato anche da poveri pensionanti che fanno ingenuamente festa (anche se fino a ieri, come ricorda Giulia, erano dalla parte del duce). Marcello ha completato la sua missione: sposato in un interno per bene, recita da ateo convinto qual è un’accorata Ave Maria con la figlia.
La chiamata del gerarca cieco che l’aveva raccomandato al regime lo riporta per strada, nella Roma liberata dalla dittatura e attraversata da moti popolari che uniscono l’inno di Mameli a Bandiera Rossa.
Scosso da brividi il conformismo di Clerici non può sparire: cambia pelle al mutare del vento e nello scorgere in un antro l’uomo che credeva d’aver ucciso da infante alle prese con un ragazzo di vita lo accusa dell’omicidio di cui è stato complice a Parigi prima di urlare alla folla in marcia per le strade di Roma come il suo amico non vedente sia un convinto gerarca fascista. Si lascia poi irretire dal fascino del giovinetto abbandonato dal suo ex pseudo corruttore quando più tranquillo capisce d’averla scampata, di non aver fatto nulla se non una partecipazione passiva, (dovuta? obbligata? come la giovane consorte con l’attempato amico di famiglia “solo” per sei anni…?), di poter lavare la propria identità come un panno nel fiume della memoria. Tristemente non sarà il solo, non sarà l'unico: "quando si è in tanti non si corrono rischi" rammenta alla moglie prima di uscire per strada a vedere come fa a cadere una dittatura.
Bowman
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