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COCKSUCKER BLUES
(USA 1972)
di R. Frank
Cazzo figa culo tette, sperma, fotti fotti in vena picchia in vena stona stona e fotti e poi su, vomitati sulla ribalta, oltre il sipario di luce che impedisce di scorgere il vuoto livore olimpico.
Il sollazzo degli dei che nell’esilio terrestre scoprono il fianco alla vista dei mortali, quando tra un festino e l’altro, privati della loro immaginazione, galleggiano insensatamente nella nomade e decadente attesa di ritrovare il proprio ruolo. Come personaggi in cerca d’autore, caricature di sé stessi.
Quello che ci viene mostrato non è lo spettacolo. “Cocksuker Blues” è un’enorme, sconfinata e insensata attesa: quando si spengono i riflettori Robert Frank tiene aperto l’otturatore della super 8 e ci sprofonda in un sopramondo mitico fino a quel momento soltanto immaginato dietro la pagina lusinghiera dei rotocalchi e l’impianto scenico della performance ma che nessuno mai ha osato, o voluto, vedere. Sarebbe come chiedersi che cosa fanno gli dei tra una guerra e l’altra!
Ma come ha scritto il poeta, se muoiono le cicale “è morto solo/ chi pensa alle cicale”.
Il presunto e fallimentare nietzscheanesimo della generazione “beat” della metà del secolo scorso viene desacralizzato e destrutturato da Frank che colpisce al cuore gli dei fatalmente esiliati per l’occasione e pronti a mostrarsi come superuomini depotenziati: gli Stones, che non hanno certo mai mancato d’ironia, che è semmai la loro forza, e tutta la loro corte strascicata e festosa di attendenti ingualdrappati, giullari e buffoni, junkies e checche, baldracche e mocciosetti dell’ultima ora. Squali del mercato e approfittatori e tutta una teoria di indorati testoni bizantini in circolo dal pantheon delle celebrità in gentile ambasciata, raggelate nel moto subitaneo della propria squallida ed obsolescente immagine. Il trionfo giubilare della merda, insomma!
La pellicola si sciorina in un’ora e mezza di insensate attese alternate a brevissimi spezzoni di concerti sulla cui ribalta siamo attratti immancabilmente da un piano sequenza, una carrellata in avanti annunciata dal boato assordante del pubblico che attende la visione epifanica dei sacerdoti i quali emergono dal buio vuoto delle loro esistenze in un tripudio carnascialesco e orgiastico come i protagonisti mitici delle fontane barocche romane. Il piano sequenza ha così la funzione di sottolineare il vuoto temporale tra il prima e il dopo, tra la pausa metafisica dell’attesa e la messa in moto, tra un’esistenza e l’altra.
Ma lo spettacolo è appunto solo annunciato. Improvvisamente ripiombiamo nell’inutilità di un rutilante impianto scenografico momentaneamente in disuso. La noia e la decadenza più squallida sono poi efficacemente sottolineate dalle qualità sensibili della pellicola con la sua ruvida cromia violacea e col suo funebre e gelido livore che pervade le esistenze “in cerca d’autore” degli dei ai quali tutti hanno smesso di pensare. Tutta la distanza dei corridoi dei campi da football separa questi inutili fantasmi dai loro costumi di scena, vuoti.
Trovo quindi che il montaggio sia perfetto e che Frank sia riuscito nell’intento: il suo sguardo smaliziato ed esperto non scade mai nella tentazione di una sublimazione idolatrante, né nella triviale curiosità voyeuristica da rotocalco. Il grande fotografo è chiaramente esente da entrambi i mali del consumo pop.
L’apparente caos della realizzazione, che sembra avvalersi degli scarti del montaggio, “brutti, sporchi e cattivi”, proprio come l’immagine cacofonica del gruppo, rappresenta con la frammentazione eccessiva, nel perfetto linguaggio stilistico corrente dell’epoca, la dissoluzione della nuova generazione che, dopo la “caduta degli dei” della prima parte del secolo, ha ereditato un mondo ormai privo di valori costruttivi al di fuori della golosità per il successo più sterile e del mercantilismo del consumo feroce.
Frank si avventa come un lupo sugli ignari ragazzetti del jet set che prestano il volto alle loro illusioni.
La qualità di Pull My Daisy, il suo primo film realizzato con Alfred Leslie, Kerouac e Ginsberg, con quell’ “assemblaggio di momenti, sensazioni e ancor più di pensieri trasformati in realtà” è totalmente riversata in “Cocksucker Blues” nel risultato dissacratorio e smitizzante ma senza lezione morale o preconcetti. Altro che le patetiche gite archeologiche e gli infantili trip degli altri gruppi, troppo impegnati a “farsi l’immagine giusta”.
D’altronde gli Stones, che allora erano solo “ignari ragazzetti”, Stones ci sono nati e non diventati. Guardare per credere, poi se ne può parlare. Ma una cosa è certa: nella cultura pop, la loro satanica simpatia mette la cifra al secolo più tribolato della storia. E sono ancora lì a dimostrarlo, sempre uguali a sé stessi, semplicemente divertiti, “let it bleed!”. Gli altri possono solo imitare!
Bagulfo
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