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CLOSE-UP
(Iran 1991)
di A. Kiarostami
Kiarostami si conferma un regista assolutamente
sorprendente! Innanzitutto per il livello di introspezione e l'organizzazione
del racconto cinematografico, in cui i primi 20 minuti assolutamente
poco chiari costituiscono il culmine delle sovrapposizioni tra realtà
e finzione: questa sezione del film incuriosisce a tal punto da
far trascurare il successivo rallentamento degli eventi, riuscendo
nel tentativo di mantenere inalterata l'attenzione dello spettatore.
La sceneggiatura e l'intento del regista si delineano poco alla
volta e cambiano continuamente piano, si inseguono sino a creare
un inscindibile legame tra finzione cinematografica e realtà.
Considerando inoltre che l'occhio cinematografico di Kiarostami
agisce ad un livello più alto la complessità del film
aumenta di ancora un grado nonostante l'apparente semplicità
del racconto.
Il realismo della storia (vera e girata
con i reali interpreti) lascia in alcuni punti spazio ad una poesia
tenera e delicata, che fa da contrappunto allo svolgimento dei fatti.
Un documento rappresentativo dell'Iran all'inizio degli anni '90,
in cui i germi della prima rivoluzione culturale (ancora oggi non
completata) non erano ancora evidenti, ma striscianti.
La passione per il cinema e l'intensità dei suoi racconti
morali, tipici del cinema iraniano, può scatenare la follia,
qui sotto forma di mistificazione, in una società in cui
non agiscono le regole dello star system occidentale: attori e registi
sono cittadini sconosciuti, interpreti di una professione artistica
come altre.
Close-up si concentra sui rapporti tra
i suoi protagonisti, sulla loro dignità e sulla loro fiducia
tradita: porta i sentimenti in primo piano, oltre che una precisa
morale interiore.
Kiarostami porta sullo schermo silenzi e meditazioni, volti ad indagare
la realtà vista attraverso la lente cinematografica, in un
ardito (possibile) parallelo con Professione:reporter di Michelangelo
Antonioni.
Bowman
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